Forse il capolavoro del più visionario dei Monty Python, Brazil è un calderone di trovate visive, estetiche e narrative, che ben rappresentano l’angosciante distopia orwelliana, sempre più vicina alla nostra contemporaneità. Inizialmente era previsto un attore alla Tom Cruise, ma Terry Gilliam opta per il volto più comune del talentuoso Jonathan Pryce. Sam Lowry è un impiegato statale in un mondo fumoso, di tubi metallici e grattacieli, governato dalla burocrazia. Una serie di incidenti e l’incontro con Jill (Kim Greist), la donna dei suoi sogni, lo portano a prendere coscienza e a ribellarsi a un governo meschino e violento.
Gilliam, con sguardo profetico, tira fuori un’idea geniale dopo l’altra: dalla parodia grottesca della mostruosa chirurgia estetica, al cibo asettico dei ristoranti (accompagnato dalla fotografia del piatto scelto), agli uffici-sgabuzzino dei poveri lavoratori, costretti a dividersi pure la scrivania. Impossibile non pensare alle innovative scenografie di Metropolis di Fritz Lang, al noir americano degli anni Quaranta, allo stile visivamente anarchico dei film di Orson Welles (da Quarto Potere al kafkiano Il processo), alla fantasia esuberante di Fellini e alle gag sonore dei film slapstick di Jacques Tati. Tutti artisti che, come Gilliam, indagano la modernità e gli aspetti più inquietanti di una società sempre più alienata e indifferente.
In una metropoli in cui ognuno svolge con rigore militare la propria mansione, senza porsi nessuna domanda o quesito morale, i veri supereroi sono atipici tecnici dell’aria condizionata come Harry Tuttle (un inedito Robert De Niro), che illegalmente scavalcano la burocrazia per aiutare le persone nelle loro difficoltà quotidiane. Sam, in fondo, non è altro che un omino fantozziano, un ingranaggio tra gli ingranaggi (come il Tramp chapliniano) di un mondo ipertecnologico e burocratizzato che non guarda in faccia nessuno.
Tra grandangoli, inquadrature sghembe, eccessi scenografici, recitazione sopra le righe, Terry Gilliam dà sfogo a tutta la sua immaginazione, per mettere in scena, con sguardo deformante, un futuro poco lusinghiero per l’umanità. Lo stile molto carico, esasperato, barocco, che da sempre lo contraddistingue, si sposa perfettamente con il materiale narrativo. Come spesso accade nelle peripezie della carriera di Gilliam, le sue peculiarità visive e il suo sguardo crudo - tutt’altro che buonista e politicamente corretto - non saranno poi così apprezzati dalla produzione, che farà di tutto per ostacolare l’uscita del film.
Brazil ci riporta a quella fantascienza anni Ottanta che, al contrario dei film patinati e digitalizzati di oggi, risulta sporca, concreta e tangibile. Una rappresentazione originale del futuro che non perde il contatto col corpo, con gli oggetti, con gli ambienti (seppur fittizi) e per questo ancora più affascinante. Terry Gilliam, da pazzo sognatore, ci accompagna ancora una volta in un viaggio in cui la fantasia regna sovrana. Anche nel cinico finale, l’unica via di fuga sembra possibile solo nei sogni.