Willi Forst è stato uno dei grandi volti del cinema austriaco, attivo nell’epoca del muto ed anche con l’avvento del sonoro. All’inizio degli anni Trenta, decide di passare dietro la macchina da presa, affermandosi rapidamente all’interno della corrente dei Wiener Operettenfilm, i film-opera viennesi, genere allora particolarmente in voga e capace di unire melodramma e musica.
Una particolare caratteristica di questi film è che sono particolarmente anarchici, nel senso che inneggiano ai piaceri della vita considerati a quei tempi particolarmente immorali. Le trame virano tutte su relazioni molto facili e promiscue, inneggiano al benessere che infonde l’alcool, e non c’è punizione o assoluzione perché semplicemente i personaggi prendono atto di ciò che succede in modo divertito e quasi spensierato.
Il suo esordio alla regia avviene con Angeli senza paradiso (1933), una co-produzione tra Austria e Germania, che debutta proprio nell’anno in cui Adolf Hitler sale al potere. Questo contesto storico getta un’ombra sempre più devastante anche sull’industria cinematografica mitteleuropea, tuttavia Forst, nonostante i suoi film libertari, è uno dei pochi che ha potuto continuare il suo lavoro anche dopo l’ascesa del nazismo.
Angeli senza paradiso è ambientato in una Vienna ottocentesca, dove il giovane Franz Schubert non è ancora diventato il Maestro che oggi conosciamo e ammiriamo. Il film lo ritrae come un visionario capace di sentire e vedere la musica ovunque: nei gesti ritmici delle lavandaie al lavoro, nei paesaggi ungheresi, ma anche nei versi delle poesie di Johann Wolfgang von Goethe.
La sua vita, nella narrazione del film, è segnata da due relazioni sentimentali centrali e un incontro essenziale per la sua carriera. La prima storia d’amore è con la figlia del proprietario del banco dei pegni, figura chiave grazie del film, che lui abbandonerà. Antonio Salieri è invece la figura importante grazie alla quale Schubert riesce a emergere e a entrare nei salotti dell’aristocrazia viennese. Grazie a questo Schubert conosce la contessa Caroline Esterházy, con cui intreccia una seconda e più tormentata storia d’amore. Il film in maniera audace rappresenta una fortissima tensione e attrazione erotica tra i due, ma il loro legame è destinato a spezzarsi.
A fare da sottofondo a questa vicenda è la Sinfonia n. 8 in Si minore D 759, che nel film è destinata a rimanere “Incompiuta”, proprio come l’amore tra Schubert e Caroline. Proprio questa Sinfonia diventa il testamento spirituale e affettivo di Schubert. Nel finale, mentre il Maestro si congeda dal mondo aristocratico, la regia introduce una visione quasi mistica.
L’immagine di una statua della Madonna gli appare sul cammino e inizia a vederla in dissolvenza multipla, sovrapposta a un raggio di luce che ne amplifica l’aura sacra. Forst decide quindi di concludere con una visione estatica e funerea al tempo stesso, che unisce l’illuminazione artistica alla solitudine. Infatti, la vita di Schubert è ormai segnata da una morte che arriva in fase giovanile, ma lascia una musica che continua a vibrare anche se incompiuta.
Mascherata è dell’anno successivo, e anche in questo caso la morte ha un ruolo centrale nella narrazione. Tuttavia, come già osservato, spesso nei film di Forst la vita non si spegne mai del tutto e soprattutto non c'è spazio per una punizione morale completa.
Al centro del film c’è il tema dell’adulterio, vissuto all’interno dell’alta società viennese. Due donne sposate si invaghiscono di un artista frivolo e poco conforme ai codici borghesi. Il vero scandalo scoppia quando l’uomo dipinge una delle due donne completamente nuda, coprendole solo il volto con una maschera. Il ritratto, per errore, finisce pubblicato sulla prima pagina di un quotidiano, dando origine a una serie di equivoci. Torna così l’erotismo esplicito e giocoso che attraversa il cinema di Forst, un erotismo mai colpevolizzato, ma anzi legato a un’estetica della leggerezza e dell’ambiguità.
Anche in Allegria l’equivoco e la tensione sessuale tra i personaggi costituiscono il filo conduttore della narrazione. Due amici, Philipp e David, scoprono di essere fidanzati con la stessa donna. Il primo, un affarista e viaggiatore farfallone, desidera mantenere la propria libertà, nonostante abbia incontrato Viola; la donna dei suoi sogni. Il secondo, invece, cerca in tutti i modi di liberarsi di Aimée, poiché è deciso a sposare Gaby. Entrambi riescono a sottrarsi alle grinfie di Aimée e la nuova coppia di sposi è pronta a tornare dalla luna di miele.
Tuttavia, il problema della narrazione nasce dal fatto che Aimée è diventata la stilista di punta a cui Gaby si rivolge per rifarsi il guardaroba. Inoltre, Viola, migliore amica di Gaby, soffre ancora per l’uomo che l’ha fatta innamorare in crociera. Quell’uomo, infatti, non è solo il miglior amico di David, pilota da corsa, ma entrambi si ritrovano coinvolti nuovamente con Aimée, che cerca in ogni modo di vendicarsi seminando zizzania nel loro rapporto.
Allegria mette in mostra l’estro creativo di Forst, capace di trasformare una storia contemporanea in un turbine di artifici narrativi e visivi, dove realtà e improbabile si fondono in una corsa frenetica fatta di amore, rivalità e un inseguimento finale mozzafiato: con tanto di vittoria al Grand Premio di Monaco.
Attraverso questi tre film, Forst vuole ritrarre la vita in maniera vivace senza togliere la malinconia, e soprattutto evitando di fare riferimenti all’ideologia nazionalsocialista. Infatti, dipinge con leggerezza le sfumature di una società che sfida le convenzioni e la morale, celebrando così la complessità umana con giudizi ancora oggi moderni.