Con l’uscita di I Fantastici Quattro - Gli inizi potreste anche imbattervi in recensioni che parlano di “nuovo inizio” per il Marvel Cinematic Universe o addirittura di “cambiamento”. C’è a chi piace vincere (molto) facile, dichiarandolo “il miglior film sui Fantastici 4 mai realizzato.” Bene. Quali erano gli altri quattro? Vogliamo davvero giocarla così sporca?
Al massimo si può parlare di “ritorno alle origini”, in riferimento al recupero di un preciso archetipo fumettistico. Siamo sulla Terra 828 e il codice di questa versione del pianeta, qualora ve lo steste chiedendo, ammicca al 28 agosto, giorno di nascita di Jack Kirby. Proprio lui, che creò i Fantastici Quattro insieme a Stan Lee nel 1961 e che soprattutto li disegnò, caratterizzandoli in modo indelebile. Un immaginario intramontabile che qui viene filtrato da una visione elementare e leggera, ancor più che piaciona. Intendiamoci, funziona. Almeno un po’.
Il piano è chiarissimo: l’universo cinematografico Marvel sotto l’egida Disney è in crisi. Il tentativo di moltiplicare i prodotti audiovisivi e, soprattutto, di tenerli tutti connessi a livello narrativo non sta funzionando. Non più, da troppo tempo. Anche gli attori-feticcio stanno perdendo la loro presa sul pubblico. E mentre le rivali Warner e DC Comics si mettono nelle mani di James Gunn — che dalla Disney fu definito “persona non grata” — per rilanciare il proprio blob crossmediale, ai Marvel Studios serve disperatamente una sferzata per uscire dal pantano (soprattutto creativo) che il produttore Kevin Feige ha contribuito a creare con un’ambizione fuori scala.
Per la regia di un nuovo film sui Fantastici Quattro, dopo aver fatto “scappare” Jon Watts (regista dei tre Spider-Man con Tom Holland), Feige pensa bene di chiamare Matt Shakman. Shakman viene dal mondo delle serie televisive: è stato regista di Fargo e Game of Thrones ma soprattutto di WandaVision, tra i più apprezzati prodotti Marvel e vincitore di tre Emmy Awards. Dopo vari tira e molla e riscritture avvenute nel bel mezzo degli scioperi delle maestranze hollywoodiane, vengono confermati Pedro Pascal nei panni di Reed Richards (Mr. Fantastic), Vanessa Kirby in quelli di Sue Storm (la Donna invisibile), Joseph Quinn ed Ebon Moss-Bachrach, rispettivamente Johnny Storm (la Torcia umana) e Ben Grimm (la Cosa).
Tutti attori affermati e, neanche a farlo apposta, con un curriculum televisivo. Pedro Pascal ha iniziato la sua ascesa al cinema grazie al personaggio di Oberyn Martell in Game of Thrones, Vanessa Kirby è stata Princess Margaret in The Crown. Joseph Quinn è conosciuto dal grande pubblico per aver interpretato Eddie in Stranger Things ed Ebon Moss-Bachrach per The Bear. Non è un caso che i Marvel Studios mettano insieme la famiglia di supereroi per eccellenza partendo proprio dalla dimensione più familiare di tutte, quella confortevole del salotto e quella confortante della serialità. Insomma, se il grande schermo non ripaga, forse per Feige vale la pena spostare lo sguardo su quello piccolo.
È un talk show a catapultarci in questo nuovo universo fatto di eroi in morbidissime divise a collo alto e coloratissimi cattivi, nella migliore tradizione fumettistica Marvel. Una società avanguardista, tecnologicamente parlando, ma ferma agli Anni ‘60 nella forma e nella sostanza. Divismo e culto della celebrità al limite dell’isteria, che restituiscono l’esaltazione — all-american way — per imprese spaziali e politiche che mirano alla sicurezza dei cittadini. Menare i cattivi e mantenere la pace tramite un’organizzazione simil-ONU (la “Future Foundation”, citata a bella posta per sollazzare i fumettofili): i Fantastici Quattro non saranno una “famiglia tradizionale” ma una tradizionale istituzione sì.
Peccato che questo scenario dall’estetica retrofuturista — piuttosto inquietante nella sua netta separazione di intenti buoni e cattivi — non sia una parodia. Per niente. Non è nemmeno una delle illusioni patinate che abbiamo visto in WandaVision: è a tutti gli effetti il contesto serio in cui si muovono i nostri eroi. I cattivi sono storti, brutti, bizzarri, machiavellici ma anche poco furbi, come l’Uomo Talpa (Paul Walter Hauser, il Richard Jewell di Clint Eastwood, a cui è affidata una timidissima “linea comica”).
E gli eroi? Tutti bravi, onesti e geniali, con ininfluenti sbavature. Reed Richards, Sue Storm e Johnny Storm sono anche belli e impossibili. Fatta eccezione per Ben Grimm, un omone di roccia al quale è capitata la disgrazia di ricevere un superpotere non reversibile. Ma se non sembra essere un dramma particolarmente opprimente per lui, non lo è neanche per i newyorkesi che lo venerano.
Questa la dimensione pubblica. Per quanto riguarda quella familiare, beh, c’è davvero poco da dire. Non c’è molta complicità tra Reed e Sue (leggi: Pedro e Vanessa, non davanti alla camera), men che meno tra gli altri personaggi. Non c’è molto dramma nelle loro relazioni (Ben non è nemmeno infuriato con Reed per averli imbarcati nella missione che l’ha sfigurato) perché non c’è una vera comunicazione e, peggio, non c’è neanche ironia. Al massimo qualche freddura, di nome e di fatto, dal momento che viene smorzato ogni minimo accenno passionale. Anche lo spirito “playboy” di Johnny viene piallato (una direttiva di Kevin Feige: il pubblico contemporaneo non lo troverebbe “sexy”). Il che ci porta al problema principale della Marvel del dopo Endgame: la scrittura.
L’inghippo è sempre quello. Sta lì. Al punto che diventa davvero difficile “tenere” a questi personaggi. Ancora più che ai precedenti Thunderbolts*, che almeno mostravano un po’ di ambiguità. Anche quando il mondo dei Fantastici Quattro viene minacciato da Shalla-Bal (Silver Surfer, interpretata da Julia Garner) e Galactus, il divoratore di mondi (Ralph Ineson, sicuramente la scelta di casting più interessante), facciamo fatica a disperarci per la distruzione di un pianeta così posticcio nella sua freddezza.
La svolta più interessante sembra giungere quando Galactus propone uno scambio: la salvezza della Terra in cambio del figlio di Reed e Sue. Il piccolo è ancora in gestazione, ma secondo il garguantesco alieno sarebbe dotato di poteri straordinari capaci di placare la sua fame di pianeti. In definitiva, si tratta di… una cura. Il che suggerisce ancora una volta, per brevettata usanza Disney-Marvel, che il cattivo non è che sia poi così cattivo. Ha un problema (che lo rende cattivo).
Ma il dilemma resta, de facto: sacrificare il proprio figlio e salvare miliardi di vite? Ecco, questo sì che è un discorso intrigante, anche se vecchio quanto il vangelo. Sembra dare un senso alla scelta di Vanessa Kirby, che con l’aspetto tragico della maternità si è già confrontata (in Pieces of a Woman, ma non solo). E per un po’ sembra anche una vera svolta narrativa, una di quelle che può restituire tridimensionalità ai personaggi. Soprattutto quando Reed Richards definisce (razionalmente) la rinuncia al bambino come l’opzione più etica e sostenibile, imbarcandosi nel primo vero attrito con Sue (forse il momento più “estremo” del film).
Ma resta una questione dialettica, come il discorso emozionale che Sue recita alla folla inferocita e favorevole allo scambio. Perché il dramma è superficiale quanto l’ironia e sembra che il nuovo corso Marvel non possa permettersi di apparire doloroso e grottesco come il tempo che stiamo vivendo.
Siamo pronti ad assistere all’invasione di Galactus senza particolare affanno. È notevole come la immagina Shakman: un gigante che emerge dalle acque, lento ma inesorabile, attento a prendere le misure col pianeta, che pur essendo onnipotente sembra sempre in equilibrio precario. Ma tra effetti visivi buoni e meno buoni (altro punto debole targato Marvel), tutto si svolge in modo piatto e prevedibile verso una risoluzione parecchio conservatrice in tutti i sensi possibili, in cui si salvano capre e anche cavoli.
In fondo, è questo che fa il nuovo Fantastic Four. Protegge un format produttivo ormai stanco, anche dalle critiche più feroci. Non fa nulla di male, non si prende alcun rischio. Procede in maniera del tutto innocua nel tentativo di riacciuffare proprio il bacino delle famiglie (compresi i più piccoli, grazie a un ottimo merchandise). E lo fa restando a galla, immergendosi solo a tratti, non facendoci mai trattenere il fiato. Ma non è forse questa la più feroce delle ingiustizie? Non conoscere le motivazioni individuali dei personaggi, così da non problematizzare mai i loro comportamenti? Restare sospesi in un’utopia perversa che non è mai, nemmeno per un secondo, guardata con sospetto?
“È l’apocalisse. Dovremmo tutti imparare a ridere". Sembra quasi un monito questa battuta dell’Uomo Talpa. Ma non c’è niente di davvero apocalittico né di sarcastico nella Marvel della cosiddetta “fase sei” e in questi primi timidissimi passi verso un futuro che appare scoraggiante nel suo patto fiduciario con lo spettatore. Perché quel che probabilmente sfugge è che non c’è niente di più credibile dell’incertezza, di quel passo traballante che ci fa eleggere un determinato immaginario come spazio familiare.
E con tutti i film sui supereroi ideati alla velocità della luce con budget incredibili, anche la disastrosa versione camp dei Fantastici Quattro prodotta da Roger Corman risplende di una luce diversa. Insalvabile? Va bene (anche se in First Steps potreste scorgere alcuni volti noti). Ma altamente romantica, se non fantastica, nelle intenzioni.