Tra le domande che più spesso attraversano il cinema, soprattutto quello che riflette su di sé e sul proprio ruolo, ritorna ciclicamente l’eterna questione: ma ne vale la pena? Vale la pena dedicare la propria vita all’arte, sacrificare i propri affetti, talvolta i propri valori, per una scommessa dall’esito così incerto?
A seconda di chi pone la domanda, la risposta assume sfumature di ottimismo variabili. Uno dei temi ricorrenti nel cinema di Damien Chazelle (Whiplash, La La Land, Babylon), per esempio, sembra proprio essere come il sacrificio personale in nome di un’arte così immaginifica e trasformativa quale è il cinema sia giustificato, talvolta addirittura necessario. Certo, suggerisce Chazelle, il prezzo da pagare è alto, ma la ricompensa non si esaurisce nella vita del singolo individuo e può arrivare ai posteri, scrivendo la storia.
Jay Kelly di Noah Baumbach non si concede la stessa incrollabile speranza. Il film esplora la crisi esistenziale dell’eponimo protagonista, attore hollywoodiano sessantenne dalla fama leggendaria – non distante da quella di George Clooney, che lo interpreta. Kelly, terminate le riprese del suo ultimo progetto, vorrebbe trascorrere del tempo con la figlia minore (Grace Edwards) prima che parta per l’università, ma scopre che la ragazza ha in programma un viaggio in Europa con gli amici. La delusione, unita a un lutto e all’incontro con un vecchio amico che ha abbandonato la recitazione (Billy Crudup), spinge Jay a seguirla in un viaggio rocambolesco tra la Francia e l’Italia e a fare i conti con i propri fantasmi.
L’attore ha tutto ciò che ci si potrebbe aspettare da una star di Hollywood: un gruppo di dipendenti che lo segue ovunque vada, una villa, uno status tale da essere riconosciuto da tutti i passeggeri di un treno da Parigi a Pienza – espediente narrativo che, va detto, richiede una notevole sospensione dell’incredulità –; eppure, è insoddisfatto da tempo. Dopo quarant’anni di ruoli iconici la sua stessa esistenza gli sembra finta, irreale, inautentica; ma del resto, come recita la citazione in esergo di Sylvia Plath, “Essere sé stessi è una responsabilità enorme. È molto più facile essere qualcun altro o nessuno”.
Soprattutto, però, Jay Kelly soffre la solitudine. Non importa che ovunque vada venga riconosciuto da folle adoranti, o che sia sempre circondato dai suoi collaboratori (“Non sei mai solo”, protesta il manager Ron, interpretato da Adam Sandler, che passa la sua vita a trascurare i propri impegni familiari per assecondare il suo datore di lavoro chiamandolo “cucciolo”). Con due divorzi alle spalle, nessun amico e due figlie che lo considerano un padre assente, Jay Kelly ha la fondata sensazione di non avere nessuno al suo fianco che tenga davvero a lui. Ma come è successo? Quando ha iniziato a essere incapace di stabilire una connessione autentica, umana, sincera? Di non saper dire con naturalezza nemmeno il proprio nome?
Dopo Rumore bianco Baumbach, il cui punto di forza restano i dialoghi teatrali e serrati, torna a una narrazione più mondana dei rapporti umani e familiari, raccontando la solitudine di una persona bloccata tra una maschera che non riesce più a togliersi e il disperato desiderio di non scoprire, a sessant’anni, di essere completamente sola.
I flashback impiegati per raccontare l’ascesa di Kelly – soggettivi e introdotti in modo marcatamente teatrale – rappresentano tuttavia il solo approfondimento nella psicologia della star in crisi, altrimenti caratterizzata dalle sue scelte impulsive e spesso irragionevoli. Ogni altro contesto o inquadramento emotivo finisce così per poggiarsi soprattutto sulla metanarrazione offerta dal casting di Clooney, la cui carriera reale viene richiamata in un montaggio parallelo a quella del personaggio durante una cerimonia di premiazione in Toscana.
Questa parzialità limita notevolmente l’idea migliore dell’opera, ovvero che la principale frustrazione del suo protagonista sia l’impossibilità, nella vita reale, di ripetere una scena come può fare infinite volte sul set, trovandosi costretto a convivere con le conseguenze dei propri errori.
Con queste premesse, Jay Kelly torna così alla fatidica domanda. I film, i sacrifici, la fiducia dei propri amici tradita, le pubblicità, i red carpet hanno contato qualcosa? Ne è davvero valsa la pena? La risposta di Baumbach sembra essere “Probabilmente no”; ma la portata di questa ipotesi così radicale finisce dispersa da qualche parte nella campagna toscana, senza mai trovare davvero il coraggio di imporsi e lasciando lo spettatore a chiedersi se, finalmente, Jay Kelly sia pronto ad essere sé stesso.