In the Hand of Dante, l’ultimo film dell’artista Julian Schnabel tratto dall’omonimo romanzo di Nick Tosches, si svolge su due piani temporali. Il primo è ambientato nel 2001 e segue proprio Tosches (Oscar Isaac), scrittore appassionato della Divina Commedia al punto da dedicare gli ultimi sei anni della sua vita a tradurla. Il secondo segue invece Dante Alighieri (sempre Oscar Isaac), intento a conciliare la stesura della sua magnum opus con gli intrighi politici fiorentini del 1300.
Nel passato, Dante è tormentato dalla scrittura del poema, lamentando la sua antica ossessione per Beatrice e l’incapacità di dedicare versi alla moglie Gemma (Gal Gadot). Nel 2001, invece, Nick Tosches viene coinvolto in una losca operazione per reperire un manoscritto apparentemente originale della Commedia. Su ordine del ricco Joe Black (John Malkovich) Nick si dirige dunque in Sicilia con lo scagnozzo Louie (Gerard Butler) per consultare il reperto, sottrarlo e autenticarlo. L’ultimo proposito risulta particolarmente complesso perché, come spiega lo stesso Nick, non esiste alcun codice autografo dantesco, dunque nessuna calligrafia da confrontare: pertanto, l’autenticazione può avvenire solo attraverso la datazione al carbonio e molteplici controlli incrociati sulla tipologia di carta utilizzata.
Ad ogni analisi appare sempre più probabile che il plico sia, in effetti, autentico (nonostante, va detto, la gran parte dei personaggi lo maneggi con una disinvoltura inadatta a un manoscritto medievale ritrovato in una stanza umida nascosta dietro a un arazzo; merita però una menzione d’onore l’esperto interpretato da Claudio Santamaria, che nella sua fugace apparizione si cura quantomeno di indossare i guanti). Ad ogni modo, solo Nick sembra comprendere la reale portata di questa scoperta: pertanto, lo scrittore diserta la banda di delinquenti e scappa con il testo autografo.
Inizia così una giostra di furti, latitanze e colpi di scena. La fuga di Nick è resa difficile soprattutto dalla nostalgia per Giulietta (ancora Gal Gadot), una donna italiana entrata nella sua vita in modi non del tutto chiari a chi scrive, ma di cui l’uomo s’innamora da subito. Senza un vero rapporto a monte eccetto un matrimonio infelice in una vita precedente, Gemma reincarnata in Giulietta diventa quindi il palpitante braccio destro dell’operazione di Tosches, gestendo ingenti quantità di denaro e mentendo all’occorrenza per coprire le tracce dell’amato.
Mentre Dante, esiliato da Bonifacio VIII (di nuovo Gerard Butler), scrive il Paradiso e confida le sue angosce artistico-sentimentali al mentore Isaiah (Martin Scorsese), nel presente Nick continua l’impresa di autenticare il manoscritto oltre ogni ragionevole dubbio. È così che incontra Susanna (Sabrina Impacciatore), dantista e amante di Rosario (Jason Momoa), che da tempo pedina Tosches e vuole appropriarsi della Commedia autografa.
A questo punto – un po’ come accade ad Alighieri nell’ultimo canto del Paradiso, ma non in senso positivo – le parole vengono meno e diventa difficile raccontare la direzione presa dal film di Schnabel a chi non l’abbia visto.Questo perché, per esempio, si potrebbe suggerire che In the Hand of Dante sia un’ode all’eternità dell’arte, un omaggio all’uomo che riesca a “farsi poesia”. Eppure, è difficile soffermarsi su questa chiave di lettura quando, nel clou della storia, Jason Momoa borbotta minacce in siciliano stentato e Sabrina Impacciatore gli punta addosso una pistola, esortandolo a non vendere il manoscritto e a pensare “alla sua tesi e agli italiani”.
Similmente, sarebbe interessante riflettere sul fatto che Dante e la sua reincarnazione del XXI secolo siano entrambi artisti in esilio, fisico o emotivo; ma subito si viene distratti dallo stacco netto tra un’inquadratura di Gal Gadot in posa come la Venere del Botticelli – che va bene che è fiorentino, ma è nato centottant’anni dopo Alighieri – e la notizia dell’attacco alle Torri Gemelle.
Non è tanto una questione di campanilismo, di imprecisione o di sospensione dell’incredulità, quanto di tono narrativo: il cambio di marcia nel racconto di Schnabel è brusco, improvviso, talvolta inspiegabile e spesso foriero di un divario tra la gravitas della scena e la sua comicità involontaria. Altrettanto spesso la sensazione è quella di essersi distratti pur non avendo mai distolto lo sguardo dallo schermo, perdendo informazioni fondamentali per comprendere la trama e formularne un’interpretazione coerente.
In un certo senso, In the Hand of Dante ricorda Megalopolis di Francis Ford Coppola: un film dalla storia travagliata, in cantiere per più di quindici anni, che ha richiesto un enorme sforzo produttivo e per cui il regista si è rifiutato di scendere a compromessi. Il risultato di un travaglio tanto lungo è però un prodotto confuso, che cerca di bilanciare due storie senza riuscirci e restituendo anzi personaggi piatti, dalla storia abbozzata e dalla caratterizzazione stereotipica.
E in fondo, anche se non è tanto una questione di campanilismo, anche aver studiato a scuola la Divina Commedia certamente non aiuta la visione.