Nell’antica Kyoto, un giovane samurai, riscoprendosi ridotto in miseria dal tracollo del suo Signore, decise di abbandonare la propria casa per prendere servizio presso il governatore di una lontana provincia. Soprattutto, decise di divorziare dalla moglie, nonostante i modi aggraziati, il linguaggio gentile e l’irreprensibile pazienza della donna, nella ferma convinzione di poter ottenere maggior prestigio personale sposando l’erede di una famiglia di alto lignaggio. Salvo poi, in seguito, implorarne in segreto il perdono, tormentato sia dal ricordo dell’ingiustizia inflittale dalla sua ingratitudine sia dal sogno di una riconciliazione dopo anni trascorsi fianco a fianco sotto la minaccia dell’indigenza.

Nella provincia di Musashi, due taglialegna, sorpresi da una tormenta senza precedenti, impossibilitati a proseguire il loro cammino verso casa, si rifugiarono nel capanno di un traghettatore, non molto distante peraltro da un fiume in piena. Più tardi, se l’uno, già in età avanzata, si addormentò senza difficoltà, l’altro, tremante sotto il pastrano, venne risvegliato da uno scroscio di neve piombatogli sul viso. La porta del capanno, aperta con la forza. Di fronte al ragazzo, una donna interamente vestita di bianco.

Il biwa è una specie di liuto a quattro corde. Si suona con una specie di peltro, chiamato bachi. Si utilizza principalmente nei recitativi musicali. Come monaci buddhisti o massaggiatori ciechi, i menestrelli per professione, altrimenti conosciuti con l’appellativo di biwa-hoshi (“preti del liuto”), avevano il cranio rasato. Ebbene, qualche secolo fa, ad Akamagaséki viveva Hoichi, un giovane diventato presto celebre grazie a un mirabile talento nel recitare la Heiké-Monogatari. La famosa storia degli Heiké e dei Genji.

Spesso si diceva che quando intonava la canzone della battaglia di Dan-no-ura – l’ultimo decisivo scontro tra il clan di Taira e il clan di Minamoto, combattuto nello stretto di Shimonoséki – neppure i folletti riuscissero a trattenere le lacrime. Sono tante però le cose strane che si vedono e sentono in giro. Per esempio, che certe notti migliaia di fuochi spettrali danzassero lungo la costa, che dal mare si levassero grida simili a clangori. Non semplici fuochi-demoni, ma gli spiriti dei defunti Heiké. Anime che a volte non disdegnavano di compiere stranezze, non avendo trovato la pace assoluta, nonostante cimiteri e monumenti progettati per commemorare la figura dell’imperatore bambino, annegato insieme ai suoi vassalli.

Ancora diversi secoli fa, il seguito di un Signore, in viaggio per compiere una visita in occasione del Capodanno, fece tappa in una casa di tè di Hakusan, nel Distretto Hōngo di Yedo. Allora, in un momento di riposo, uno dei subalterni del Signore, un wakatō – l’attendente armato posto al fianco di un samurai – si versò il tè in una grande tazza per l’acqua. Ma, portandosi la tazza alle labbra, scorse nel tepore dell’infuso trasparente il riflesso del viso di un estraneo.

Il volto, stranamente nitido e delicato, di un giovane samurai. Stupito dalla misteriosa apparizione, dapprima, il wakato esaminò con cura la tazza, comunissima. Dopodiché, dopo averne trovato un’altra, nuovamente gli riapparve, elargendo stavolta un sorriso beffardo. “Chiunque tu sia” mormorò, stufo dello scherzo, “non mi ingannerai più!”, inghiottendo così lo spettro. Domandandosi poi, ritornato al suo posto, quali sarebbero state le eventuali conseguenze di un gesto simile.

Che Kwaidan (letteralmente, “Storie di fantasmi”) sia una pellicola profondamente diversa rispetto alle opere precedenti di Masaki Kobayashi – La condizione umana (1959-1961), monumentale riflessione in tre atti sulla sconfitta patita dal Giappone nella Seconda Guerra Mondiale; Harakiri (1962), ritratto lontano dalla rappresentazione tipica del samurai, altrettanto critico nei confronti di un paese soffocato dalla viltà degli uomini al potere – lo s’intuisce all’istante. Sin dai titoli di testa, da uno schermo bianco riempito da miscele di diversa consistenza e tonalità, attraverso le quali spettri di diversa origine sembrano imporre la propria essenza, predestinando ad altri palcoscenici le trappole del “realismo”.

In aggiunta, nell’introdurre Kwaidan – Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes 1965, nonché candidato all’Oscar al Miglior Film Straniero, oggi riproposto nella sezione Venezia Classici e restaurato dalla casa di produzione Toho – non si può evitare di citare la fonte dei quattro racconti scelti che ci accompagnano e cullano lungo 183 minuti di film: lo scrittore Lafcadio Hearn. Nelle parole del poeta Hugo von Hoffmansthal, l’unico europeo che abbia realmente conosciuto e amato il Giappone. Non con l’amore dell’esteta o la passione dello studioso, ma con un sentimento più intenso, raro e completo: “con l’amore di chi prende parte alla vita interiore del paese”.

Difatti, i racconti e le leggende selezionati dalla sceneggiatrice Yoko Mizuki – I capelli neri, La donna della neve, Hoichi senza Orecchie, l’episodio più magniloquente, e In una tazza di tè; testi reperibili nella raccolta distribuita da Adelphi Edizioni Ombre giapponesi (2018) – sono una fulgida dimostrazione di giornalismo al di fuori del giornalismo, un’opera d’arte senza presunzione né artificio. In cui il sapere, privo di peso eppur pieno di linfa, offre l’irripetibile opportunità a personaggi all’apparenza anonimi, sia pur calati nelle vesti dei reietti, di assumere una caratura fortemente mitica e simbolica.

In cui il cuore delle cose, come definito da von Hoffmansthal in un sincero omaggio al timbro della voce di Hearn, appena appresa la notizia della sua morte (1904), traspare vividamente nelle epiche e ambiziose immagini tramandateci da Kobayashi – che ebbe a disposizione un budget di 320 milioni di yen, cifra inedita all’epoca, oltre a un immenso hangar dismesso e riadattato a set.

Poiché non solo si potrà scoprire e spogliare il corpo gracile di Hoichi, sulla cui pelle un prete e il suo accolito tracciarono con pennello e meticolosità il testo del sacro sutra Hannya-Shin-Kyo. Poiché non solo si potrà ripercorrere giocosamente un testo di fantasia rimasto incompiuto a causa o della pigrizia dell’autore, o, il cronista ipotizza, di un litigio con lo stampatore. Ma, con una potenza magnificamente calibrata da un regista più rivolto al trascendente che alle regole terrene, si potranno sentir risuonare le parole delle nonne ai nipoti, le frasi pronunciate sia dalle donne innamorate sia dalle mogli afflitte. Pensieri e avvenimenti che, in assenza delle sapienti orecchie di Hearn, sarebbero volate via, eludendo le pareti di qualunque stanza, lievi come un cinguettio.

Doveroso altresì menzionare infine, contribuendo anch’egli, al pari di altri collaboratori, a rendere Kwaidan un’antologia horror talmente atipica, il compositore Tōru Takemitsu. Le cui musiche aleatorie, così in bilico tra due mondi separati da una sottile membrana, sfruttano magistralmente il silenzio, trasformando in tal modo la minima parvenza di rumore – l’incedere delle lancette lungo il quadrante della pendola; un cancello isolato nell’atto di aprirsi al cospetto di un ospite – nell’ipnotico presagio che anticipa l’ineffabile impronta di una maledizione difficile da spezzare.