Woody Allen riprende uno dei suoi capolavori del passato, Crimini e misfatti (1989), privandolo di ogni ironia, per ambientarlo in una Londra grigia, a suon di Verdi, Rossini e Donizetti. Chris Wilton (un algido Jonathan Rhys Meyers), un tennista squattrinato dalla faccia di bronzo, è il perfetto arrampicatore sociale del nostro tempo. Un freddo calcolatore, arrivista, seduttore, bugiardo, manipolatore, dal profilo narcisistico che, come un segugio da caccia, individua la sua gallina dalle uova d’oro in Chloe (Emily Mortimer), una giovane aristocratica inglese.

Chris diviene il favorito dei coniugi Hewett (Brian Cox e Penelope Wilton) e del fratello di Chloe, Tom (Matthew Goode), guadagnandosi il suo posto tra i palchi lussuosi dei teatri londinesi, tra salotti dell’alta società, battute di caccia alle pernici, musei d’arte contemporanea e un posto fisso nell’azienda di papà.

A mandare all’aria i piani arriva Eros in persona, o meglio sua madre Afrodite. Come una Venere botticelliana moderna, vestita di bianco, con sigaretta alla mano, appare Nola Rice (fidanzata di Tom), una sensuale e provocante Scarlett Johansson, dalla voce roca (come Claudia Cardinale), mai stata così sessualmente dirompente.

I primissimi piani sui volti dei due attori sottolineano l’incontro erotico, segnalando sin da subito l’attrazione fatale che mette in crisi l’ascesa sociale ed economica di Chris. Johansson viene chiamata ad incarnare la passione irrefrenabile, irrazionale, la potenza distruttiva e indomabile dell’amore, che in una società narcisista, ipercapitalista e consumista non può che essere repressa, distrutta, finanche eliminata.

Sempre lodato per l’acume ritmico dei suoi dialoghi spumeggianti, Allen costruisce un film in cui i due personaggi si raccontano attraverso gli sguardi fugaci, i respiri, i sorrisi accennati, le parole sussurrate, il linguaggio non verbale di corpi che nascondono un desiderio pulsante. Complice l’incredibile reazione chimica tra i corpi attoriali dei due interpreti, il regista newyorkese mette in scena una vibrante tensione erotica, che culmina in un burrascoso e romantico primo bacio, preludio di un bucolico momento d’amore, tra lo scroscio della pioggia e le spighe di grano dell’umida campagna inglese.

Tanto bramata e desiderata, inseguita tra i musei d’arte come in un film di Hitchcock o di De Palma, la seducente dark lady diviene vittima della brama di potere del più triste e grigio omuncolo, maschio, bianco, etero su cui poteva incappare. Da vero uomo, Chris imbraccia il fallico fucile da caccia del cognato per eliminare colei che minaccia la distruzione del regno costruito con tanta fatica. Lo sguardo cinico di Allen si spinge al limite, mostrandoci fino a che punto può arrivare la cattiveria umana, per mantenere il proprio benessere materiale, anche a costo di esserne soffocati.

A vent’anni dalla sua uscita, Match Point sembra mettere in scena i legami usa e getta della società liquida descritta da Bauman; l’incapacità di prendersi le proprie responsabilità quando le cose diventano complicate, difficili e conflittuali. Le forti passioni e le emozioni intense vengono così rimpiazzate da un’agiata banalità. Chris può continuare a vivere nel suo castello vetrato senza rimorso o senso di colpa, e per di più graziato dalla fortuna. È così che Narciso ha ucciso Eros in un atto tracotante di superomismo.

Con Match Point, Woody Allen fotografa il delitto senza castigo e senza colpa dell’uomo contemporaneo che non teme più neanche i fantasmi.