My world's under a sentence of death

I was born underground

But when the pressure gets too much for me, I bite

Colourbox, Tarantula

 

In un minuscolo, ma dolce passaggio collocato nella seconda metà di uno dei capolavori di Paul Thomas Anderson, Magnolia [1999] – affresco corale dal sapore altmaniano, scritto e diretto ancora infratrentenne, nonché conferma, dopo lo scorsesiano Boogie Nights (1997), della versatilità dell’autore nel catturare con la macchina da presa l’energia di una grande folla e la fragilità dell’essere umano con analoga sensibilità – i sentimenti e i modi riservati di due cuori solitari collidono.

Da una parte, Claudia. Figlia rinnegata da un padre molestatore protetto dai riflettori della televisione. Donna alle prese con un’esistenza divisa tra una fervida dipendenza dalla cocaina e notti di sesso trascorse con uomini randagi e squallidi. Dall’altra, Jim. Vigilante gentile e devoto in cerca d’amore, incaricato dai vicini a calmare gli umori di uno stereo governato dall’ipnotica intensità propria delle canzoni di Aimee Mann. Dopodiché, all’ombra di una finestra battuta dalla pioggia, i due si conoscono poco a poco, davanti a una tazza di caffè. Infine, un paio di istanti prima di dover congedarsi, un rumore coglie di sorpresa il poliziotto.

È lei a produrre un leggero clic, smuovendo giocosamente la mandibola. È uno schiocco quasi impercettibile, come una battuta pronunciata sottovoce. Eppure, anche se inaspettata, una sospetta lussazione temporo-mandibolare si trasformerà nel deus ex machina capace di alleviare con una risata l’angoscia nelle loro anime. Prima, limitatesi a sopravvivere ai margini del sogno americano come personaggi di Carver. Adesso, ignare di essersi imbattute in un terreno dalla cui superficie affiora una ricchezza migliore dell’oro nero bramato dal pioniere Daniel Plainview. Protagonista del successivo capolavoro, grazie al quale Anderson è stato ammesso entro il perimetro del cinema legittimato dalla critica istituzionale: Il petroliere (2007), film annoverato tra i migliori del ventunesimo secolo.

Quasi tre decenni più tardi, intabarrato nella città santuario di Baktan Cross, incontriamo l’ex rivoluzionario “Ghetto” Pat Calhoun. Nome di copertura: Bob Ferguson. Il gruppo di attivisti radicali nel quale ricoprì il ruolo dell’abile bombarolo si chiama French 75. A tal proposito, se in diversi articoli doveste ritrovare diversi riferimenti al cocktail consumato da Rick’s in Casablanca (Michael Curtiz, 1942), sappiate che questi ribelli si ispireranno più agli attentati e discorsi del Weather Underground. Di più: da uno statement di detta organizzazione, emerso dalle colonne del periodico New Left Notes, proviene il titolo definitivo di questa strepitosa pellicola.

Ora, liberamente ispirato all’hippie Zoyd Wheeler, scanzonato eroe nel romanzo di Thomas Pynchon Vineland  (1990) che, negli anni di Reagan, soleva schiantarsi contro le vetrine dei bar al fine di dimostrare pubblicamente allo Stato di avere i requisiti per beneficiare del sussidio, Pat s’accinge a riguardare La battaglia di Algeri [Gillo Pontecorvo, 1966].

Tuttavia, seppur rallentato da un cervello bruciato dalle droghe, ma consapevole di dover fuggire di lì a breve, Pat farà solo in tempo a riconoscere sullo schermo la sua storia personale. Individuando il curioso e affatto casuale collegamento tra la sconfitta della sua utopia e la morte di Ali La Pointe (figura fondamentale nel Fronte di Liberazione Nazionale), accelerata dalle informazioni estorte con la tortura a un militante già catturato nel prologo e obbligato alla resa dalla squadra del colonnello Mathieu, contraltare allora in grado di risalire al nascondiglio del suo acerrimo avversario, situato in una piccola nicchia nella Casba.

Così, invitato dal serafico santo protettore degli immigrati irregolari Sergio “Sensei” St. Carlos (Benicio Del Toro) a farsi coraggio, “Ghetto” Pat (interpretato da un Leonardo DiCaprio all’apice della sua espressione creativa) fuggirà dalla sua Baktan Cross, dalla sua Casba. Mentre nel film di Pontecorvo “Fatti coraggio!” era la frase pronunciata da un soldato di Mathieu all’indirizzo del prigioniero sopra menzionato, costretto a vestire l’uniforme militare facilitando l’opera di smantellamento della Resistenza attuata dal reggimento.

Ancora, a sconvolgere l’equilibrio mentale della versione aggiornata del drugo Lebowski, il cui istinto di conservazione non funzionerà sempre a pieno regime (con risultati esilaranti, come si vedrà in un episodio dedicato agli equivoci innescati da una password), un’ulteriore coincidenza, termine caro al pungente narratore dell’incipit di Magnolia. Incastrandosi alla perfezione in un intreccio teso ed ellittico, spaventosamente vicino all’attuale America, dove brulicano indisturbati suprematisti e agenti ICE mascherati, il cognome del colonnello, invece, alle calcagna dei resti del French 75 (Lockjaw, interpretato da un Sean Penn in formato cattivo da Oscar), potrebbe tradursi letteralmente così: “Mandibola bloccata”. Naturalmente, da qui in avanti, non seguiranno le possibili riflessioni sopra i sintomi solitamente riconducibili al trisma.

Contribuendo a plasmare una filmografia già costellata di ritratti vivi e autentici, tenuti lontano dalla macchietta, Una battaglia dopo l’altra è un’opera grandiosa dai molti significati, profondamente politica e maledettamente umana. Per il suo senso di rottura, in primo luogo. Anderson realizza, rifiutando qualunque compromesso a livello artistico, il suo film d’azione, il suo dramma famigliare, la sua commedia, grazie anche al notevole budget concesso da Warner Bros. - oltre a discostarsi dal romanzo di Pynchon, concentrato, allo stesso modo del precedente Vizio di forma (2014), sulle paradossali peripezie di un unico personaggio, allargando così l’orizzonte narrativo, interamente al servizio di un coro polifonico il cui grido attraversa deserti e colline che faranno capolino in un finale da antologia. Per il suo anticonformismo nel reagire all’ottimismo ufficiale di un mondo votato all’autodistruzione. Inserendosi nella scia di recenti lavori quali Dahomey, No Other Land e l’inedito Nuestra Tierra, documentario di Lucrecia Martel presentato fuori concorso a Venezia.

Una battaglia dopo l’altra è un immenso flusso di pura adrenalina, impreziosito dal martellante e rabbrividente tappeto sonoro di Jonny Greenwood (il quale ritorna, combinandoli, agli archi opprimenti di Il potere del cane e alle percussioni già sperimentate per Spencer) e dal montaggio di Andy Jurgensen, che va guardato pazientemente, con attenzione e dedizione, rifuggendo dalla tentazione di prevederne l’efficienza al botteghino. Anche se, sul punto, è indubbiamente interessante osservarne la strategia pubblicitaria, in cui a sorprendere è l’apparizione degli stessi Anderson, Del Toro e DiCaprio in contenuti rivolti agli utenti di Instagram e TikTok.

Disseminando una sapienza registica senza precedenti, testimoniata dalla bellissima scena d’inseguimento girata nei dintorni di Borrego Springs, oltre a essere sostenuto da un cast eccellente, Anderson è ritornato con un film sul tramonto della democrazia sì cupo (straordinari, in tema, i cambi di marcia che conducono la sceneggiatura a soffermarsi sui membri del gruppo suprematista Pionieri del Natale), ma anche stranamente ricolmo di speranza.

Affidando, nel suo epilogo, alle prossime generazioni il compito di proporre una rivoluzione più solida delle conquiste effimere di avi dimenticati. Assume così, per esempio, una grande rilevanza il duetto tra l’imprevedibile Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor, ammirata non molto tempo fa nello struggente A Thousand and One) e la figlia teenager Charlene (la bravissima esordiente Chase Infiniti, in grado di tener testa con disinvoltura e spigliatezza a mostri sacri quali DiCaprio e Penn).

In conclusione, contiamo che il narratore sconosciuto di Magnolia con una certa soddisfazione avrebbe constatato un’ultimissima coincidenza. Stiamo parlando della contemporanea uscita di due opere destinate a restare impresse nella nostra memoria e incentrate su “due figlie del futuro”. Da una parte, Charlene/Willa, i cui demoni sembrano sul punto d’esplodere da un momento all’altro. Dall’altra, la piccola Hind Rajab, una delle numerose vittime del genocidio perpetrato dall’esercito israeliano, la cui vita non si spegnerà mai grazie al coraggio di Kaouther Ben Hania, autrice di La voce di Hind Rajab. Come entrambe siano arrivate negli stessi giorni a insegnarci, o ricordarci, a non chiudere gli occhi non può esser semplicemente archiviato come uno scherzo del caso.