Senza lasciare spazio ad alcuna ambiguità, l’incipit di Videoheaven di Alex Ross Perry introduce subito il tono e l’approccio usato dal film per trattare il suo oggetto di – in questo caso lo possiamo proprio dire – studio e riflessione. Accompagnato dalla voce di Maya Hawke, il documentario utilizza estratti da centinaia di film e serie televisive per raccontare la storia del videonoleggio negli Stati Uniti e le modalità con cui questa storia si è riflessa nella sua rappresentazione audiovisiva.
Come si diceva, non è sbagliato utilizzare una terminologia accademica per parlare di questo film, in quanto le riflessioni che espone mettono in evidenza uno studio attento e ragionato su un fenomeno culturale, che si intreccia con un’analisi lucida dei frammenti cinematografici e televisivi che include. Sembra a tutti gli effetti di trovarsi difronte ad un saggio accademico per immagini – e infatti non sorprende, ma anzi è chiarificatore, il fatto che il documentario sia basato sul libro dello studioso statunitense Daniel Herbert, Videoland. Movie Culture at the American Video Store (2014) – ma l’uso attento di quelle stesse immagini e soprattutto il dialogo tra esse e il fenomeno del videonoleggio più in generale caricano il film di una dimensione cinefila che impreziosisce il film di Perry.
Il videonoleggio è stato un fenomeno generazionale, un pilastro della cultura di massa tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, la cui evoluzione e la cui percezione culturale sono state raccontate dal cinema americano – e non solo –, creando di volta in volta dialoghi metatestuali che hanno influito enormemente sul nostro modo di concepire quei luoghi. Se negli anni Ottanta, le rappresentazioni delle videoteche davano ad esse una centralità che spesso diventava anche centralità narrativa, con il passare dei decenni e con l’inevitabile tramonto del videonoleggio, anche le videoteche hanno cominciato a sparire dagli schermi. Ora, a detta di Ross, quei luoghi sono delle reliquie, accessibili solo attraverso le immagini audiovisive, talvolta riproposte nella produzione cinematografica e televisiva contemporanea, senza però l’autenticità e il realismo che le rappresentazioni coeve riuscivano a dare.
Così come Holofiction di Michal Kosakowski, anche Videoheaven riflette sul potere del cinema e della televisione di creare un’iconografia verso una dimensione che la maggior parte di noi non ha vissuto. In questo senso, Videoheaven diventa a sua volta parte di una dialettica metatestuale. Da un lato c’è la videoteca, luogo che suscita un dialogo con la storia del cinema: Ross si sofferma sul caso di The Watermelon Woman (1996), pellicola indipendente diventata cult del cinema queer, la cui protagonista gestisce una videoteca e, attraverso una VHS di un film degli anni Trenta, si invaghisce di un’attrice afroamericana dell’epoca e decide di ricostruirne la storia. La videoteca, in quanto esposizione del cinema del passato, si fa veicolo di testimonianze verso quel passato.
Dall’altro lato, Videoheaven è a sua volta veicolo verso la storia del cinema. Pur focalizzandosi solo sulle scene che hanno al centro le videoteche, il film racconta l’evoluzione estetica del cinema e della televisione americani negli ultimi cinquant’anni, esplicita i legami tra i film e talvolta racconta le loro storie produttive, diventando a sua volta una fonte di conoscenza e una finestra verso quel passato.