“Siamo esseri complessi, gli organismi sofisticati sono più soggetti a fare errori”. Michela Murgia, di complessità e di errori, amava discutere e ancor di più amava scrivere. Il suo ultimo romanzo Tre ciotole, sviluppato in dodici racconti, diventa un film memento che ci invita a vivere la vita senza rincorrere troppo i perché.
La regista spagnola, Isabel Coixet, assieme allo sceneggiatore Enrico Audenino, condensano in un’unica opera le riflessioni e i temi dei personaggi senza nome che animano il romanzo, facendoli vivere nei volti di Marta e Antonio, rispettivamente Alba Rohrwacher ed Elio Germano. Lei, un’insegnante di educazione fisica al liceo e lui, uno chef in carriera di un ristorante a Trastevere. La loro storia però, è destinata a finire. È infatti Antonio a mettere fine alla relazione e a lasciare Marta in compagnia del suo dolore e della sua solitudine.
Ci vuole amore anche per chiudere una storia, sosteneva Massimo Troisi, ma quando il carico dei ricordi è talmente pesante, il corpo inizia a somatizzare il dolore. Marta non riesce a mangiare, il suo rapporto con il cibo è sempre stato squilibrato, ma adesso la situazione sembra essersi aggravata e ciò che dovrebbe nutrirla sembra volerla consumare dall’interno.
Durante una visita medica di controllo, la vita della donna cambia, prende una svolta irreversibile e con questa, cambia anche il modo di vivere e vedere il mondo. Michela Murgia pensava che, quando uno scrive, tutto è autobiografico perché si deve far riferimento alle cose che si conoscono e niente è autobiografico perché si sta parlando ad una persona che non si conosce. La sua malattia diventa quindi la malattia di Marta e il tempo che le resta diventa la vita che deve ancora vivere.
Attraverso un riuscito montaggio alternato, Coixet riporta poi lo sguardo su Antonio. L’uomo non sta affrontando molto bene la separazione e Marta continua ad essere al centro delle sue nostalgie. Ripensa al primo incontro, in coda per gli ultimi due supplì rimasti, e a come la guardava mangiarli al tavolo da sola, mentre separava il riso dalla mozzarella. Come nella mente, dove i ricordi si intromettono prepotenti nei pensieri, così avviene nel montaggio e i momenti assieme interrompono lo scorrere composto delle inquadrature, restituendo invece una messa a fuoco morbida e granata.
Nell’ingannare il tempo, assieme alla sua collega di lavoro, Antonio traccia una mappa dei locali romani mai frequentati, evitando Trastevere -dove abita Marta- e la possibilità di rincontrarla. Le serate condivise tra i due, in realtà, finiscono per essere dei momenti di riflessione aperta, dove l’eco di Michela Murgia risuona delicata nelle parole che i due si scambiano riguardo ad esperienze passate, su quanto sia difficile riprendersi da una relazione e su cosa le persone siano disposte a fare pur di non sentirsi sole.
Dall’altre parte, Marta affronta il tempo con un’energia nuova. Inizia a studiare coreano e migliora notevolmente il suo rapporto con il cibo. Quelle tre ciotole, acquistate con dei punti al supermercato, diventano la misura dell’equilibrio, la quantità indispensabile di nutrimento che le serve e rimettono a posto tutte le gerarchie tra stomaco e cervello. L’uomo è ciò che mangia, viene detto a Marta -citando il filosofo Feuerbach- e l’incontro con il cibo si trasforma nella possibilità di star bene con se stessa e di rivedere Antonio.
Tre ciotole è un’opera codificata sul paradigma del nonostante. Nonostante il dolore, la malattia, la solitudine e la durezza della vita - perché la vita a volte sa essere davvero dura, afferma Marta - ne vale la pena, sempre. E nel ripensare il nostro tempo, senza preoccuparsi di arrancare un perché dietro ogni spiegazione, le parole di Michela Murgia con la voce di Marta, ci invitano a proiettare lo sguardo sulla bellezza dell’esistere, perché, come sostiene la dottoressa che segue il suo decorso: gli organismi unicellulari non svilupperanno neoplasie, ma non possono imparare il coreano e le amebe non possono scrivere romanzi.