Nella sua autobiografia, A proposito di niente, Woody Allen considera Pallottole su Broadway uno dei suoi film migliori. Riassume così l’idea di partenza — da lui stesso giudicata “un po’ trita”: “dei gangster finanziano uno spettacolo, e il commediografo deve far recitare la pupa di uno di loro”.

Un’unione tra mondo criminale e teatro che era già stata al centro del memorabile Broadway Danny Rose (1984) e che ben rappresenta una tendenza della filmografia alleniana: associare la delinquenza allo show business (Crimini e misfatti, Ombre e nebbia, Café Society). È una compenetrazione di universi che rispecchia la visione ambigua e sospettosa del regista verso gli artisti: in Pallottole il teatro è meno un rifugio dalla vita che un ricettacolo di vizi e questo assunto si traduce nella necessaria maturazione lungo l’arco di trasformazione del protagonista.

David Shayne (John Cusack), tra i più espliciti alter ego di Allen, fin dalla battuta iniziale vuole essere considerato un artista di grandi ambizioni, capace di imporsi nella Broadway jazzistica di fine anni Venti per il suo idealismo senza compromessi. Ma nella dialettica, tipicamente alleniana, tra illusione e realtà, il compromesso diventa essenziale perché la pièce vada in scena, complice l’ingaggio dell’incapace Olive Neal (Jennifer Tilly). Perché l’opera risulti davvero convincente, tuttavia, non basta accettare il compromesso: occorre incorporare il conflitto tra ideale e concretezza.

Questa possibilità si manifesta con l’ingresso di Cheech (Chazz Palminteri), scagnozzo incaricato di sorvegliare Olive durante le prove, che rivelandosi un sorprendente talento drammaturgico, con i suoi suggerimenti migliora sensibilmente il testo di David. Agli occhi del criminale, l’errore sta nel far parlare i personaggi in modo diverso da come parlano davvero le persone nella vita quotidiana, nell’astrarre i concetti staccandoli dall’esperienza. È una collaborazione proficua che rispecchia la genesi del film stesso, una delle rare occasioni in cui Allen scrive con un altro sceneggiatore: il primo e unico sodalizio con Douglas McGrath, e l’ultimo, ad oggi, della sua carriera.

Se “scrivere in due evita gli attacchi di solitudine”, si spiega anche il tono più leggero del film: pur condividendo con la vena più dostoevskiana (Crimini e misfatti, Match Point, Irrational Man, Coup de chance) la riflessione sull’omicidio come gesto fondativo di una nuova morale, Pallottole su Broadway resta nel registro della commedia brillante e sofisticata. Cheech percorre il tragitto inverso rispetto a David: per salvaguardare l’integrità di quella che considera ormai la sua opera, arriva fino all’omicidio.

È un ribaltamento ingegnoso che incrina la corrispondenza scontata tra l’intellettuale borghese idealista e l’uomo di strada realista, e spinge David ad abbandonare il teatro e la relazione adulterina con Helen Sinclair (Dianne Wiest) per un’esistenza più semplice e moralmente adeguata, in cui ammettere di non essere un artista diventa fonte di gioia e liberazione.

Una scelta finale, tra vita o illusione, caratteristica di molti dei film di Allen, che risulta sempre volubile nella direzione da far scegliere ai suoi personaggi: un’indecisione affascinante con scelte di film in film contrastanti fra loro, a testimonianza di un’impossibilità nel risolvere un conflitto che risulta dunque costitutivo nella sua ambivalenza di tutto il suo cinema.