Se c’è un regista capace oggi di filmare la speranza ammantata di disperazione, quell’idealista è Jafar Panahi. In realtà oggi non rende esattamente l’idea, visto che questo è il contrassegno applicato sulle sue storie per immagini almeno dal 2000 con Il cerchio. Un marchio che gli è costato limitazioni creative e due volte la prigione: nel 2010 è stato condannato a sei anni di prigione per “propaganda contro lo Stato”, ma è stato rilasciato dopo tre mesi; nel 2022 è stato arrestato di nuovo e ha scontato sette mesi di detenzione, durante i quali ha subito ore di interrogatori bendato ed è stato torturato.
Privato della vista, ha concentrato tutta la sua attenzione sull’udito: ascoltava ossessivamente ogni indizio sonoro intorno a sé e immaginava l’identità dei suoi carcerieri dal suono della loro voce. Si intravede nell’esperienza autobiografica l’ispirazione di Un semplice incidente ma manca la quota di speranza che confermi il tocco del regista iraniano. Viene in soccorso di nuovo l’arresto del 2022. Non si trattò soltanto mancanza della vista e ricorso all’immaginazione, ma fu un’occasione di condivisione di quell’esperienza con altri 300 prigionieri, quasi tutti oppositori del governo in un modo o nell’altro, ma raramente concordi sul modo migliore per resistere.
Cosa avrebbero fatto lui e i suoi compagni di cella una volta fuori? Come avrebbero reagito agli incidenti che aveva bloccato e dopo aver visto in larga parte umiliate le loro vite? Sono domande complicate e dalle risposte estremamente personali, ma Panahi scopre nei tentativi di affrontare questi quesiti il potenziale per un storia capace di unire dolore e riscatto, sempre sul filo del rasoio.
Tutto sotto gli occhi di un Dio che, in piena notte, fa in modo che una famiglia, di cui si avrà modo di capire il passato nel corso del film, investa un cane sulla strada. È stato, naturalmente, “solo un incidente”, ma la bambina sul sedile posteriore si infuria con il padre. “Dio ce l’ha messo davanti per una ragione,” si giustifica lui, osservando la carcassa dell’animale immersa nel bagliore rosso dei fanali. “Dio non c’entra niente,” ribatte la bambina.
Il ruolo di Dio negli eventi che seguono è in effetti difficile da comprendere, poiché è proprio a causa di quell’incidente che l’uomo si ferma nel magazzino di Vahid, il suo futuro carceriere. Ma, pur arrivando a sciogliere alcune ambiguità, il film trae la sua potenza più viscerale dalle incertezze che abitano il cuore della sua premessa — e non solo dalle incertezze, ma anche dalle verità sovrapposte: il disagio inconciliabile di vivere in un paese in cui le vittime traumatizzate del regime devono convivere come vicini con coloro che continuano a sostenerlo. In questa direzione va il finale, confinando di nuovo la speranza nella disperazione, e aggiungendo una tonalità horror ad una storia sapientemente tenuta tra il dramma e la commedia con una semplicità disarmante.
Come ogni meccanismo della filmografia di Panahi, anche Un semplice incidente si dimostra come un film sulla convivenza delle opposizioni in un regime di costrizione, forse più affievolito rispetto al passato, alimentato da una fiducia adamantina nell’uomo anche quando è impossibile non scorgere, nella misericordia, il veleno e la violenza.