Gli anni Novanta sono stati a lungo considerati il decennio della crisi di Woody Allen, ma in realtà presentano una varietà di registri, riflessioni e forme affatto secondaria nella sua filmografia. Dall’esplorazione di alcuni contenitori stilistici e narrativi (l’espressionismo tedesco di Ombre e nebbia e la rilettura di Cassavetes in Mariti e mogli), alla ricostruzione del classicismo hollywoodiano (l’irrefrenabile Pallottole su Broadway e il delicato Accordi e disaccordi) fino al musical (Tutti dicono I Love You) e alla messinscena della presunta crisi (Harry a pezzi).
Quello che non è stato rilevato a sufficienza è come ci sia un filo rosso a tenere unite tutte queste pellicole tanto diverse tra loro ed è una disaffezione profonda verso l’upper class o comunque verso una classe borghese sempre più disancorata dal mondo, supponente e ridicolmente aggrappata a dei privilegi passati di moda e diventati anacronistici.
Da queste premesse riparte il cinema alleniano del nuovo millennio con un film elegante e divertente come Criminali da strapazzo. Allen torna a essere protagonista nei panni di Ray Winkler, un criminale che pensa di essere geniale ma è solo comico. Ray assolda una banda di imbecilli per mettere in atto il suo piano: affittare un locale e trasformarlo in un negozio di biscotti gestito dalla energica e rustica moglie Frenchy, e nel frattempo nel seminterrato del locale scavare un tunnel che sbuchi nel caveau della banca adiacente. Il destino, come spesso accade in Allen, si diverte a prendere tutti in giro: l’impresa del tunnel è un buco (sic!) nell’acqua, ma il negozio di biscotti conquista New York e in fretta Ray, la moglie e i compari possono creare un franchising e diventare infinitamente ricchi.
Ray e Frenchy entrano quindi in un mondo fatto di collezioni d’arte, cene a base di caviale e champagne, pomposi ricevimenti e uno strato inscalfibile di apparenze. I due vengono adulati per le loro ricchezze e disprezzati per le loro origini: è questo che porta Frenchy a tentare di farsi accettare eleggendo l’affascinante David (Hugh Grant) a maestro di raffinatezza estetica e intellettuale. Ray, invece, a quel mondo non ci si affeziona mai e, non appena ci entra, ha nostalgia delle abitudini del passato, come guardare una partita di baseball in canottiera davanti al televisore bevendo birra e mangiando spaghetti with meatballs.
Come nelle opere precedenti, il bersaglio preferito rimane una classe agiata ipocrita, ridicolmente vittima di rituali stantii e ostentatori, ossessionata dalla percezione che gli altri hanno dei loro possedimenti e delle loro abitudini, in definitiva del loro status. Una classe sociale quindi nella morsa della cultura sempre più capitalistica e individualistica propugnata dal modello occidentale e nello specifico americano. Allen, dall’alto del suo status (reale) e della sua intelligenza corrosiva, guarda con salace ironia a questi personaggi, destinati a sprofondare non appena il vento delle mode cambia direzione (e, come ben sappiamo, le tendenze – i cosiddetti trend – cambiano sempre più in fretta).
Per mostrare questa progressiva decadenza umana e sociale, Allen torna a un contenitore puramente comico, che recupera quella corporalità e quelle gag dal gusto slapstick che prediligeva nei suoi primi film (si veda l’esilarante Prendi i soldi e scappa) e che, col passare del tempo, ha utilizzato sempre meno, privilegiando il modello della commedia sofisticata. In questo senso un riferimento citato apertamente, durante le scene in cui i nostri ladruncoli tentano di scavare il tunnel, è l’iconico I soliti ignoti di Monicelli: la banda strampalata, il fiasco, la goffaggine dei personaggi.
Il film, dunque, rappresenta un’unione felice tra il recupero di alcuni stilemi del primo Allen e la coda delle riflessioni degli anni ’90, prima che la produzione del regista newyorchese entri dentro una nuova fase metariflessiva e poi sterzi ancora decisamente in un’altra direzione con le produzioni europee.
Nel 2025, quella scollatura sociale e antropologica tra ricchi e poveri – su cui Criminali da strapazzo insiste – si è drammaticamente accentuata, in modo oramai tragico e irreversibile. Non solo c’è disprezzo reciproco, ma anche una pressoché totale divisione degli spazi, per non parlare delle opportunità e dei servizi disponibili. Come Ray Winkler, dal basso, non possiamo fare altro che goderci le nostre piccole abitudini e ricordarci, come ci ha dimostrato il personaggio, che al piano di sopra tanto agognato non staremmo poi così bene. Meglio essere dignitosamente cittadini da strapazzo che benestanti disumanizzati.