Se ne sentono tante di storie tragiche, tendenzialmente le si vive anche, e oggi che ogni morte, ogni incidente e ogni disgrazia è potenziale oggetto di speculazione, si corre l’altrettanto tragico rischio di restare indifferenti dinanzi all’ennesima notizia che racconta la sofferenza altrui.

Non tutto deve necessariamente riguardarci, non tutto necessariamente ci tocca eppure tanto ci arriva, innumerevoli potenziali problemi che si sommano a tutto ciò che di terribile già c’è e di cui siamo a conoscenza, una sovrabbondanza di informazioni capaci di generare timore, ansia, tristezza o una malinconica rassegnazione. Viene da chiedersi quanto può essere giusto, di tanto in tanto, spegnere il cervello e fingere che non esistano bombe? Quanto è comune provare disinteresse verso il dolore altrui? Quanto è comune invece interessarsene? Come dovrei sentirmi? Come voglio sentirmi?

È uno scenario difficile in cui muoversi e dove ci si può sentire in difetto persino per ciò che non si prova, per il valore che si dà a determinati avvenimenti e per la percezione che si ha degli stessi, a seconda che li si viva come lontani, vicini, oppure, a prescindere da ciò, di propria responsabilità. A parer nostro allora si fa più fatica a concentrarsi sul dramma, a ritenerlo degno di approfondimento o attenzione, a immergervisi a pieno o magari, più semplicemente, a ricordarlo e non sostituirlo con la prossima storia. È un problema e a noi pare pure bello grosso, ma se si sposta il discorso sul cinema la situazione peggiora.

Come dicevamo di storie se ne sentono troppe, perciò, a voler essere cinici, perché dovrebbero interessarci dei film a riguardo? Che si tratti di lutti, matrimoni falliti, conflitti familiari, ingiustizie sociali, le paradossali “morti celebri” o l’incandescente noia causata dalla provincia, la sola drammaticità intrinseca alla vicenda non basta più a catturare l’interesse, con il rischio che l’effetto ottenuto dal film non sia poi così diverso dalla umana empatia che si prova (o meno) leggendo la stessa notizia su uno schermo. Ecco perché sta tutto nel racconto.

Una cosa vicina, di Loris Giuseppe Nese, è una storia estremamente personale, un documentario che parte dalla sua infanzia per raccontare una crescita caratterizzata dall’assenza/presenza paterna. Il lutto è appesantito dalle dinamiche che hanno portato alla morte del padre, coinvolto in una sparatoria nel salernitano, e che riecheggiano nel chiacchiericcio popolare, nello sguardo di amici che sanno ma non dicono e nella voce tutt’altro che serena dei parenti. Il regista allora si sdoppia, filmando sé stesso diventa anch’egli personaggio, ma affida la propria voce a Francesco e Mario Di Leva, non a caso padre e figlio.

Siamo così introdotti a un fatto di cronaca, una vicenda le cui informazioni e dettagli, ci viene detto, sono pubblici, basterebbe una ricerca su internet o un salto in archivio, eppure proprio Loris non sa come iniziare la storia, non conosce bene i personaggi, non conosce tutti i fatti e soprattutto non ha un finale. Inizia quindi un processo di ricostruzione in cui tra vecchie riprese casalinghe, animazione 2D, stop motion, interviste e filmati d’archivio assistiamo al comporsi di un racconto che pur rimanendo intimo e personale fino alla fine, coinvolge molto facilmente.

Una cosa vicina è suddiviso in capitoli e ognuno va a delineare un aspetto specifico del film, che sembra costruirsi nel suo progredire. L’assenza di cui si parte è infatti anche un’assenza cinematografica, non avendo informazioni precise su eventi o personaggi, effettivamente il regista non ha un film. È necessario allora ricercare, come farebbe chi è alle prese con una sceneggiatura, e in questo senso ogni capitolo è una svolta nell’indagine, dando così forma alla narrazione un pezzo alla volta.

L’infanzia si rivela essere un periodo che si allinea particolarmente bene con la passione cinematografica del protagonista/regista, il quale è proprio nei film che cerca e trova ciò che non ha mai potuto vedere. Dopo aver realizzato non solo di aver perso suo padre, ma soprattutto come, iniziano però le domande e compaiono dunque gli altri personaggi. La madre, la zia, gli amici, ognuno di loro ha una propria versione della vicenda e una propria visione del protagonista, il quale, seppure si ritrovi al centro di tutto, si nasconde.

È in questa contraddizione che risiede la forza del film, nel raccontare una storia autobiografica ed estremamente intima mantenendo però una discreta distanza, la stessa che paradossalmente avvicina noi spettatori. Chiariamoci, lo sguardo del regista non è affatto distaccato eppure sembra essere capace di vedersi in terza persona, raccontare sé stesso e la propria famiglia come personaggi, quasi non fossero le persone con cui è cresciuto. Incuriosisce infatti come le domande talvolta inneschino reazioni negli intervistati tali per cui ci si chiede se effettivamente prima di quel momento abbiano mai parlato tra loro della tematica.

Chiaro l’antefatto e chiari i personaggi si passa allora all’ambientazione, la quale però è un mero sfondo. Nese non sembra interessato a una ricostruzione dettagliata o quantomeno più articolata del contesto salernitano e delle dinamiche a esso interne, in fondo non è quello il punto. In ogni caso, le coordinate sono poche ma esemplari e rimandano a un immaginario che proprio il cinema e la televisione italiana hanno reso famigerato.

Un contesto in cui “alla ricerca di momenti di ricreazione” i figli ormai cresciuti finiscono per giocare con fumogeni e polvere da sparo. Nel racconto della propria adolescenza, però, Loris continua a privare sé stesso di una individualità, oscurando ancora la propria figura dietro gruppi di familiari e amici, fin quando, consapevole di essere il protagonista finalmente si rivela.

Tra bambole, peluche e armi giocattolo siamo proiettati in un’oscura dimensione fanciullesca, in cui l’atmosfera onirica restituisce la sensazione di smarrimento provata dal bambino. La macchina da presa si muove tra le stanze della casa come una presenza fantasmatica e l’interiorità di un personaggio che non parla quasi mai emerge per mezzo di una serie di suggestioni visive che rimandano a un immaginario orrorifico e spettrale.

Difatti la figura paterna è raccontata come tale, uno spettro, intangibile, irraggiungibile eppure costantemente visibile. Che sia un tormento o una dolce compagnia non è chiaro, forse è entrambe, ma di certo si pone come figura ossimorica, una presenza/assenza con la quale non si ha mai modo di confrontarsi, seppure continui a essere lì, vicina.

Capitolo dopo capitolo assistiamo al film nel suo comporsi, alla storia nel suo svelarsi e nonostante l’accaduto sia dichiarato chiaramente sin dall’inizio, con tanto di fonti in cui andare a recuperare i dettagli, seguendo il processo creativo e di indagine del protagonista/regista, il continuo emergere di nuovi particolari contribuisce a creare aspettativa e interesse. In questo senso il finale è quasi un colpo di scena.

Se fino a quel momento, merito della pellicola era stato saperci catturare e proiettare all’interno della vicenda, il più grande twist è il rendersi infine conto che tutto ciò non ci riguarda, ritornando dunque verso la nostra distanza iniziale, anche se più vicini di prima. Se Loris abbia trovato o meno la sua verità è un qualcosa che non ci è dato di sapere, se dopo un processo così tortuoso sia riuscito a raggiungere un’effettiva serenità non ci è chiaro e in fin dei conti non deve esserlo.

La sua ricerca non è nostra, ma raccontando il proprio conflitto interiore è stato capace di coinvolgerci nel processo realizzando un documentario che si presenta come una tenera e dolorosa inchiesta a sé stesso e alla propria famiglia.