Realtà e re-enactment, found footage e nuovo girato, Cambogia e Italia, madre adottiva e madre naturale, reminiscenza e oblio: Vakhim è un film costruito sul doppio, sulla scissione identitaria dell’omonimo protagonista, bambino cambogiano adottato da una famiglia italiana all’età di quattro anni.

Se nella prima parte assistiamo, attraverso riprese realizzate nel corso degli anni, al processo di sradicamento del bambino dalla terra e dalla lingua nativa, nella seconda ci ritroviamo nel presente: Vakhim è cresciuto, ha diciotto anni ed è pronto ad affrontare quel passato apparentemente rimosso, tornando in Cambogia per la prima volta per conoscere la madre biologica.

Lo sguardo del film non è però il suo, ma quello della madre adottiva, Francesca Pirani, regista che, come un’entomologa, ha osservato nel tempo il figlio per indagarne le trasformazioni psicologiche. Come una novella Jean Itard, la sua indagine sul “ragazzo selvaggio” e sul suo passato avviene in corrispondenza con una nuova forma di educazione che finisce per cancellare, in modo inesorabile e talvolta violento, ciò che il giovane era stato fino ad allora. È un passato che fatica ancora oggi a riemergere in Vakhim adulto che, a differenza della sorella Makrid — anche lei reduce da un percorso simile — resta quasi indifferente di fronte all’idea di non essere stato, in origine, italiano.

Il film di Francesca Pirani mette così in scena un processo doloroso di ritorno all’infanzia, speculare al suo inserimento nella nuova famiglia: l’ingresso in Cambogia diventa ora un approdo forzato, generatore di un nuovo trauma. È forse qui che risiede l’aspetto più ambiguo dell’opera, che chiama in causa questioni sull’etica della rappresentazione documentaria, sui rapporti asimmetrici tra genitore e figlio e tra regista e soggetto.

Queste tensioni sono tuttavia temperate da una delicatezza e una dolcezza di fondo, proprie dello sguardo di una madre che crede nell’importanza di restituire al figlio quel tassello d’identità a cui lei non ha preso parte, reinscrivendolo in un contesto finzionale capace, da un lato, di elaborare la violenza implicita del gesto iniziale e, dall’altro, di aiutarlo a venire a patti con la propria identità adulta.