Non è evidentemente un caso che nel 2025 arrivi nelle sale cinematografiche un adattamento cinematografico de L'uomo in fuga (1982), quarto romanzo pubblicato da Richard Bachman, pseudonimo con il quale Stephen King ha firmato otto romanzi nel corso della sua prolifica carriera. Non è un caso perché, in primo luogo, viviamo nell'epoca della nuova ondata degli adattamenti audiovisivi dalle opere del sommo romanziere di Bangor.
Non che le trasposizioni da tale matrice abbiano mai conosciuto periodi di grave penuria, ma è evidente come il recente successo economico dei film tratti dalla sua opera più celebre (la riduzione in due capitoli di IT, Andy Muschietti, datati 2017 e 2019) abbia contribuito a un importante ritorno di investimenti su soggetti ispirati, in maniera più o meno diretta, al macroverso kinghiano. Solo negli ultimi mesi ricordiamo l'uscita su HBO di Welcome to Derry (sempre per la regia di Muschietti) e l'arrivo nelle sale americane di The Long Walk (affidato a un veterano della fantascienza pop come Francis Lawrence), altro adattamento da una distopia letteraria a firma Bachman.
All'interno di questa frenesia produttiva, dicevamo, non è un caso che l'anno di uscita di The Running Man di Edgar Wright coincida con quello in cui si svolgono gli eventi del romanzo originale. Ad inizio anni Ottanta, King/Bachman immaginava un 2025 con gli Stati Uniti soggiogati da una dittatura costruita sul modello orwelliano, il cui potere primario risiedeva nel legame intimo e seduttivo con un apparecchio televisivo.
Strumento per la diffusione controllata della verità distorta da un governo totalitario, che fonde un potere politico repressivo alla necessità di intrattenimento di un Network desideroso di soddisfare il perverso piacere del proprio pubblico borghese, a discapito della classe proletaria, vittima di sadici show in cui il disperato bisogno di denaro spinge gli individui a rischiare la propria incolumità, e in alcuni casi anche la vita.
The Running Man, titolo che fa riferimento all'omonimo programma a cui il protagonista Ben Richards scegliere di prendere parte pur di racimolare il denaro sufficiente a curare la figlia malata di polmonite, è, nella sua forma letteraria, un incalzante e tragico percorso di risveglio della coscienza di classe in un uomo che dispone dell'affetto della propria famiglia come unico bene. Una sfumatura che già nel 1987 con L’implacabile (The Running Man, Paul Michael Glaser), primo tentativo di tradurre questo racconto in forma filmica, perdeva parte della sua profondità per diventare semplice conflitto narrativo, in un film che puntava più che altro a capitalizzare il divismo di un Arnold Schwarzenegger all’apice della sua carriera.
Ora, con Glen Powell chiamato a riprodurre su schermo la rabbia frustrata di Richards, la rivisitazione di Wright, pur mantenendo una maggiore aderenza drammaturgica, pecca proprio nella rilettura politica dell’opera. Una distopia a tratti edulcorata, che lascia trapelare un ottimismo friabile nell’epoca dell’oscurantismo trumpiano e del dominio dei nuovi oligarchi. Ne consegue una naturale fatica nel trovare una forza propulsiva che vada oltre all’innegabile piacere estetico delle coreografie action tanto care a questo autore.
Affiancato (a quindici anni di distanza da Scott Pilgrim vs. t he World) dal compagno Michael Bacall alla sceneggiatura, Wright elabora un adattamento che freme per attingere dal potenziale spettacolare del testo di partenza, prosciugandolo però dall’apocalittico senso di disillusione che avrebbe potuto concedere un maggior grado di maturità in un’epoca in cui il “gioco al massacro” come tema per l’audiovisivo di finzione è stato ormai ampiamente sdoganato. Si opta, invece, per una durezza depotenziata che produce un’ambiguità straniante, specialmente in un finale che fallisce nell’infondere il fin troppo facile senso di rivalsa cui vorrebbe ambire.
Nell’unica pesante variazione rispetto al romanzo, The Running Man rivela il proprio contraddittorio legame con l’epoca contemporanea: da un lato dolorosamente limitato da una realtà in cui l’iconografia diffusasi intorno all’11 settembre, a quasi venticinque anni di distanza, è ancora talmente vivida da indurre a evitare una ben specifica tipologia di atto terroristico in un film per il grande pubblico. Dall’altro la scelta di ignorare la brutalità del presente, suggerendo la pigra e inverosimile ipotesi che una rivoluzione sociale possa partire dal semplice trucco del “paracadute sotto al sedile”.
Espediente paradossalmente preso di mira dallo stesso King in Misery, uno dei suoi massimi capolavori, che, in quanto pregevole esempio di suspence letteraria e al contempo acuta riflessione metanarrativa, racconta in uno dei suoi passaggi principali quanto sia rischioso prendersi gioco dell’implicito patto di verosimiglianza stipulato con il lettore. Cercando un simile e, se non disonesto quantomeno grossolano, espediente, Wright non trova pienamente la verità nel suo finale spettacolare, lasciando l’impressione di un freddo esercizio stilistico.