Nella Bucarest del dicembre 1989, mentre fervono i preparativi per il Natale, nell’aria si respira un’altra vigilia, quella di un evento storico che cambierà le sorti della Romania. In questo clima di agitazione e di attesa, sullo sfondo della violenta repressione delle proteste contro il regime di Ceausescu nella città di Timisoara, si intrecciano le storie di personaggi diversi, tutti, a modo loro, alle prese con il regime e con la sovrapposizione pressoché totale della vita politica del Paese con loro vita quotidiana.
C’è Stefan, regista della tv di stato che, insieme alla sua troupe, ha 24 ore di tempo per arginare un disastro e fare delle nuove riprese per il programma patriottico di fine anno, mentre suo figlio Laurentiu, studente universitario, insieme all’amico Vlad cerca un modo per attraversare il confine; Florina, l’attrice teatrale scelta per recitare il discorso apologetico verso il regime nel programma di fine anno, si trova davanti a un dilemma morale, costretta a scegliere tra la carriera e la sua integrità, mentre la signora Dinca non ne vuole sapere di trasferirsi in un condominio costruito dallo Stato e abbandonare la casa in cui ha vissuto per tutta la vita, di cui il governo ha ordinato la demolizione; al suo trasloco lavora anche Gelu, che scopre con tragicomica amarezza cosa suo figlio ha scritto nella letterina a Babbo Natale, in un contesto storico in cui l’occhio della Securitate veglia su tutti come un invisibile Grande Fratello orwelliano.
La narrazione si sposta con disinvoltura da una vicenda all’altra in L’anno nuovo che non arriva, esordio alla regia di Bogdan Muresanu e vincitore del Premio Orizzonti per il miglior film all'81ª Mostra Cinematografica di Venezia. Sono eventi rappresentati in modo semplice ma al tempo stesso avvincente quelli che la camera incornicia in inquadrature domestiche, intime – enfatizzate dal formato 1:1 – ma mai fisse; al contrario, la camera si muove costantemente, sottolineando i movimenti concitati dei personaggi – le fa eco quello “Smetti di muovere quella cinepresa!” che Stefan rimprovera al suo cameraman, in un’autoironica battuta meta-cinematografica.
Diverso, invece, il parallelismo con le parole del regista teatrale, che sostiene che in una tragicommedia tutto vada un po’ esagerato: nel film di Muresanu, i personaggi non sono mai caricaturali, anzi, risultano autentici, realistici; unendo la drammaticità delle situazioni allo sguardo disincantato della camera si crea una commedia in cui le influenze comiche e grottesche restano sottese senza mai esplodere.
Il ritmo della narrazione, sostenuto dai movimenti di macchina e dai tagli di montaggio che alternano le vicende di un personaggio a quelle dell’altro, segue un crescendo che si fa progressivamente più intenso nella seconda parte, quando le diverse linee narrative raggiungono il punto apicale, contribuendo così a mantenere alto l’interesse di chi guarda.
E sebbene fin dall’inizio il contesto storico e politico permetta di intuire lo sviluppo degli eventi, L’anno nuovo che non arriva – un titolo che gioca sulla coincidenza tra la fine del regime e la fine dell’anno, una coincidenza fornita dagli eventi storici e ripresa dalla scelta di distribuire il film nello stesso momento dell’anno in cui è ambientato – riesce, con la giusta dose di suspense, a convergere le storie di tutti i personaggi in un finale che non è trionfalistico, ma grandioso nel suo composto e universale omaggio alla rivoluzione, e sardonico nel mostrare l’ironia della sorte, che ha fatto sì che la fine di un regime venisse trasmessa involontariamente in diretta televisiva.
“Finisce tutto qui. Siete liberi.”