I'm changing
You're changing
I'll draw now before we fade
Mother
You watch
While I revise the world

Stephen Sondheim, Beautiful

Una danza intorno alla realtà è il titolo di un romanzo al quale sta lavorando lo scrittore Eugene Fitzpatrick. Essere stato poco tempo prima scaricato dall’amore della sua vita, l’imprevedibile e misteriosa Claire Tourneur, gli assicura inizialmente la solitudine necessaria non solo ad abbozzarne l’intreccio, ma anche ad abituarsi al fantasma di una persona che, avvolgendolo in un silenzio completo, acquista grado a grado una maggior rilevanza, fino a riemergere come dalle viscere della terra. Quindi, recluso nel suo avveniristico appartamento di Parigi, confortato di tanto in tanto dal sussurro di un pianoforte altrettanto abbandonato, Fitzpatrick immagina la sua protagonista, modellata inevitabilmente sul ricordo lasciatogli dalla donna.

In parte parafrasando il Vangelo secondo Giovanni, menzionato dallo stesso autore in un passaggio chiave più avanti, in principio, non presagendone la futura struttura, labirintica come i panorami sul cui sfondo fioriscono nella forma più epica e brutale l’anima e i sogni, l’opera sembra assumere l’aspetto di un diario di viaggio. Salvo poi trasformarsi, quasi inavvertitamente, in qualcos’altro, celandosi sia nel materiale accumulato sia nelle successive esperienze vissute da Fitzpatrick una storia di straordinaria bellezza e profondità.

Oltre il giardino, invece, si profilano tempi bui, preparandosene di peggiori, nel momento in cui prende avvio Fino alla fine del mondo, il road movie definitivo di Wim Wenders, nelle sale finalmente nella sua versione integrale di 287 minuti. Corre il 1999: un satellite nucleare indiano impazzisce, librandosi al di sopra dello strato di ozono come un uccello migratore che si opponga alle leggi della gravità, senza determinare così il suo esatto punto d’atterraggio. Tuttavia, mentre un apocalittico senso di morte aleggia lungo la spina dorsale del resto di un’umanità alle soglie della rovina, provocando nel viavai generale, un ingorgo sulle rive di qualunque strada percorribile, stranamente a Claire, alle prese con un ricorrente incubo privato, l’idea di assistere a una catastrofe sembra non importare.

Infatti, partendo dalle acque di Venezia, proseguendo attraverso le vie trafficate di Parigi, Berlino, Lisbona, Mosca, Tokyo e San Francisco, culminando in una seconda parte collocata nella primordiale Australia della comunità aborigena Mbantua, Wenders, anziché scrivere insieme a Peter Carey e la compianta Solveig Dommartin – presente nel cast nel ruolo di Claire – un film sull’attesa d’un imminente disastro, intona, come chiamata da Fitzpatrick (un misurato Sam Neill), una preghiera al pianeta. Un universo più frammentato dall’assenza di comunicazione e di una rete di sincere connessioni, più soggiogato dal narcisismo che attanaglia le menti attratte dalla propria immagine che contaminato sotto un punto di vista strettamente ambientale.

Costato più di 20 milioni di dollari, ma stroncato alla sua uscita nel 1991 una volta giunto al cinema in una veste rimaneggiata – una versione descritta dal regista Reader’s Digest Version, curando in segreto la Director’s Cut che vedrete, riemersa nel mercato dell’home video già nel 2019 grazie a The Criterion Collection –, Fino alla fine del mondo è invero un’esperienza visiva totalizzante. Che cos’è un tale contenitore di suoni, immagini, musiche, utopie, incubi, predizioni e speranze, così difficile da riassumere in poche battute, così difficile da descrivere a chi aspira alla leggerezza? Che cos’è questo puzzle multiforme, da alcuni considerato un capolavoro, da altri un fallimento dopo i riconoscimenti attribuiti a Il cielo sopra Berlino (1987)?

Una prima risposta: un’Odissea in cui Penelope, stanca di attendere il marito e di disfare sapientemente il sudario riservato a Laerte, prende in mano il coraggio e si incammina, alla ricerca di Ulisse. In tal senso, parrebbe configurarsi l’interesse crescente in Claire verso il figlio del dispotico scienziato Henry Farber (Max von Sydow), Sam (William Hurt), ricercato da un governo americano interessato a estorcergli l’invenzione del padre: un apparecchio audiovisivo grazie a cui è possibile immortalare attimi visibili ai ciechi, agendo direttamente all’interno della corteccia cerebrale del soggetto “ospite”.

Una seconda risposta: un racconto di formazione dominato dalla dolce fragilità di un’eroina fuori luogo ovunque, un’anima contemporaneamente alla ricerca di una pace permanente e inquieta alla maniera di una criminale in perenne fuga; sia disposta a crescere e migliorarsi (come si augura in diverse occasioni il suo ex) sia condannata all’impossibilità di trovare una casa. In tal modo, si potrebbe leggerne l’epilogo, situato al pari del prologo in orbita, in cui Claire si ritroverà a festeggiare l’arrivo dei trent’anni nello spazio, ancora alla scoperta di sé.

Una terza risposta: potrebbe essere interpretato altresì come una storia d’amore. O meglio, come la riscrittura di fine millennio di un sentimento ondivago e incomprensibile, in bilico tra la tenerezza dei brevi istanti di felicità condivisi cantando insieme Days e la sensualità traboccante dalla mobile geografia di due cuori spinti a 120 battiti al minuto, destinati a consumare l’orgasmo prima che venga alla luce. Oppure, un omaggio al potere taumaturgico dell’atto del narrare inteso come atto di resistenza creativa. In una commovente, seppur breve, scena, all’investigatore Winter (Rüdiger Vogler), atterrito dall’approssimarsi del finimondo, Fitzpatrick si rivolgerà così: “Nel mio libro non saremo morti. Non io, e neanche tu. Ti sto salvando il culo!”.

Ad ogni modo, al di là dei condizionali, Fino alla fine del mondo spicca nella filmografia di Wenders per un ulteriore elemento. L’essere un profetico saggio di etica dell’immagine, della necessità di porre limiti a ciò che può essere rappresentato, interrogativo più tardi postosi peraltro dal collega e amico Werner Herzog nel suo Grizzly Man (2005). Qui è da notare la contrapposizione tra il rifiuto categorico da parte della comunità Mbantua di donare alle macchine di Farber la possibilità di leggerne i sogni e la dipendenza infine coltivata dai nuovi Sam, Claire e Henry – prevedendo, anni prima della pubblicazione di Infinite Jest di David Foster Wallace, la nostra sorte di zombies rallentati da minuscoli monitor.

Colpendo dritto al cuore delle domande esistenziali che le sue sequenze pongono, in un modo personalissimo, mantenendo una sua voce inconfondibile, Fino alla fine del mondo è una pellicola impregnata di estasi umana e di cupo tumulto interiore da vedere e rivedere, da ascoltare e riascoltare (colonna sonora di Graeme Revell; canzoni di Talking Heads, Jane Siberry, Nick Cave & The Bad Seeds, R.E.M., Depeche Mode, per citarne alcuni). Almeno finché, come accadrà a Claire, non si esauriranno anche le batterie del vostro schermo di fiducia.