"Alla fine della vita, resterà solo l’ironia".

Paolo Sorrentino, Parthenope

 

Abbracciarsi. Prima che il mondo finisca, ormai lanciato come una vipera velenosa verso il futuro, all’umanità non rimane che scomparire in un abbraccio, morbido come erba fresca, timido, sottile come fiori di campo. Un minuto soltanto, chiede Man-su (Lee Byung-hun) alla moglie Mi-ri (Son Ye-jin), alla quale ha appena regalato un paio di scarpe da ballo latino. Un minuto in cui tenere l’estremità di un nastro, arrotolandolo insieme ai riflessi sparsi tutto intorno.

Prima di ritornare passivamente alla quotidianità, a selezionare una nuova serie su Netflix o riattivare i propri account social. Prima dell’arrivo dell’autunno. Prima che la temperatura diminuisca. Prima che i denti si ammalino. Prima che la luce si rivolti, trasformandosi in pura minaccia. Prima che l’oscurità si riveli una fonte di salvezza, con buona pace di etica e morale.

Annunciato per la prima volta nel corso del Busan International Film Festival nel 2009, l’incipit di No Other Choice (ultimo vertiginoso film di Park Chan-wook tratto dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake e dedicato al collega Costa-Gavras, regista di un primo adattamento uscito nel 2005, Cacciatore di teste), è una scena d’idillio, l’apparente solidificazione di una vita realizzata. Dopodiché, non passano che due o tre secondi prima che la prima dissolvenza incrociata irrompa in scena, mutando l’equilibrio costruito un tassello dopo l’altro da Man-su, operaio quadro modello nella Solar Paper, prestigiosa realtà dell’industria cartaria sudcoreana.

Ecco una turbina che, agitandosi, si dimostra lesta a spezzare e spazzar via ogni elemento capitatole a tiro, inclusa la fedeltà che il lavoratore solitamente riversa osservando la qualità di un prodotto finito. Anticipando il doloroso licenziamento del protagonista di questa storia, nonostante venticinque anni di onorata carriera. A cui segue l’interruzione del rapporto lavorativo di altri suoi colleghi, a loro volta obbligati a passare sotto le forche caudine innalzate dai responsabili delle risorse umane e dagli umilianti colloqui in cui occorre rispettare i paradossali parametri di bellezza imposti da coloro che hanno conseguito la fortuna di sedersi dall’altra parte della barricata. In tempi immemorabili, Giobbe, messo a dura prova da Dio e Satana, una volta perso tutto quello che era possibile perdere, si stese in un orto di cavoli, vicino alla cuccia di un cane da guardia, ma abbastanza lontano perché l’animale non potesse attaccarlo.

Al contrario, Man-su sa di essere un uomo contemporaneo. Come tale ragiona in maniera diversa, seppur dapprima solo spettatore delle Instagram Stories di un potenziale rivale suggeritogli randomicamente dall’algoritmo. Più tardi, a differenza di Giobbe, Man-su non attenderà di cadere faccia a terra a far compagnia ai lombrichi in attesa che guariscano le sue ulcere, poiché non esiterà, anche se con una certa impulsività, a strapparsi in autonomia un dente cariato. Man-su non si stenderà solo nell’orto, ma riorganizzerà da cima a fondo il suo giardino e i suoi terreni, scavando e piantando nuovi alberi divorati da nuovi insetti.

Arrivando, infine, a un paio di tragiche e inconsapevoli conclusioni: a) il verbo più significativo e politico presente nel dizionario non è credere, bensì scegliere; b) uccidere la concorrenza per rimanere il migliore in circolazione non è il risultato della rabbia scaturita dall’aver subito un’ingiustizia, bensì il segno di un disperato bisogno di restare rilevante in una sfera tardocapitalista che corre, disumanizzando metodi di produzione ultramoderni e colpendo senza pietà ogni esubero spogliato del suo ruolo.

Da qui l’ironia nerissima che influenza sia l’intero racconto sia gli innumerevoli intrecci e personaggi. Orchestrati sotto l’egida di un autore al culmine della sua efferata creatività (ancor più spinta rispetto al precedente Decision to Leave), in cui s’incasellano cambi di toni e registri che non solo qui delineano la demolizione del sistema di valori di un individuo incapace di reagire virtuosamente alle avversità, ma che hanno plasmato anche lo stesso universo narrativo di Park Chan-wook, nel quale la violenza resta l’antidoto più efficace alle pressioni generate dalla società odierna.

In tal senso, basti citare la macro-sequenza dedicata al primo omicidio, durante cui logica ed equivoco si avvicendano con irriverenza lungo note di musica leggera (la canzone Redpepper Dragonfly di Cho Yong Pil), disorientando a più riprese sia chi assiste alla scena, divertita/o da tanta assurdità sullo schermo, sia l’assassino alle prime armi sia il malcapitato, che scambierà il suo avversario per il (più) giovane amante della moglie.

Per non parlare dei due detective, costantemente fuori strada, incaricati loro malgrado di far luce sul mistero dei candidati valutati dall’azienda cartaria Papyrus d’improvviso svaniti nel nulla. All’emersione di detta ironia contribuisce senz’altro l’interpretazione offerta da Lee Byung-hun (con il quale Park Chan-wook aveva già collaborato in occasione di Joint Security Area), il cui Man-su è il drammatico e tagliente ritratto di un’identità (in guerra col mondo e con se stessa) inesorabilmente svilita, e infine svuotata della sua personalità al raggiungimento del fine in grado di giustificare i mezzi.

Nonostante la sua natura di remake, No Other Choice si colloca, fin dal suo passaggio in competizione alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, tra le vette della filmografia del suo autore, per la sua feroce originalità nel presentare (sia mantenendo un rigore formale ineccepibile sia prestando il fianco a pirotecniche accelerazioni) una tragedia dalla portata universale: la nostra arrendevolezza dinanzi all’avvento di uno strumento chiamato Intelligenza Artificiale il cui unico traguardo è la capacità di rendere ogni gesto umano ridicolo e tragicomico.