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“Oldboy” e la disperazione universale del destino

Il ritorno di Oldboy (2003) nelle sale – in versione restaurata in 4K sotto la supervisione del regista – è solo un’ulteriore conferma dell’enorme impatto che il film cult del sudcoreano Park Chan-wook ha avuto nella cultura cinematografica, orientale e non solo. Secondo (e più celebre) capitolo della sua trilogia della vendetta, dopo Mr. Vendetta e prima di Lady Vendetta, fu premiato al Festival di Cannes con il Grand Prix Speciale della Giuria: Oldboy è un thriller violentissimo, disperato e inquietante, ma anche un vero film d’autore, dove la violenza e gli eccessi non sono mai gratuiti, bensì espressione di una visione nichilista del mondo che Park inserisce in ogni sua opera.

“Mademoiselle”, dal desiderio di vendetta alla vendetta del desiderio

La potenza narrativa di Park Chan-wook è insita nella trama che lega le sue storie, tasselli di un’unica opera magna; una vera e propria fenomenologia della vendetta che gradualmente cambia i connotati: a partire dalla “trilogia della vendetta”, il regista descrive una curva discendente dal maschile al femminile, dai toni hardcore di Mr. Vendetta e Old Boy, dettati dal desiderio di vendetta, alla vendetta orientata al desiderio che, da Lady Vendetta a Mademoiselle, si fa via via più softcore, sino ad assumere i contorni di una fiaba. Le eroine di Chan-wook sono giovani donne dal passato e presente doloroso, costellato di perdite e privazioni: separate dal femminile materno e in contrasto con un maschile traditore al quale, paradossalmente, anelano. Il loro è un viaggio iniziatico, redentivo, atto a riparare ciò che è stato danneggiato. In Mademoiselle le due amanti giungono allo stadio finale del loro peculiare percorso di formazione: la possibilità di riconnettersi al femminile e guarire la ferita del maschile.