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La violenza e l’ingranaggio. Ancora su “No Other Choice”
Il cinema di Park Chan-wook ci ricorda però che la vittoria non dura a lungo, e la violenza goffa di Yoo Man-soo si rivela, alla fine, rivolta all’obiettivo sbagliato. Davanti a una macchina sull’orlo del collasso, costantemente trasformata dalle innovazioni tecnologiche, a pagare il prezzo non dovrebbe essere il singolo ingranaggio: quello si può sostituire, sempre. È l’intera struttura a dover bruciare. Ma se si pensa solo a se stessi, ce ne si rende conto inevitabilmente troppo tardi.
“No Other Choice” speciale III – Il male ti ride in faccia
La violenza non passa più attraverso le vendicative martellate di Oldboy, né dal rigore opprimente della magione di Mademoiselle, ma dal sorriso forzato di un disoccupato. L’ironia più nera ha sempre costellato l’opera del cineasta coreano, ma mai come in No Other Choice si ride (amaramente) dall’inizio alla fine. Non ci sono antagonisti manifesti, solo la brutalità impersonale delle logiche di mercato, un male che ti fa ottenere quello che vuoi per poi togliertelo, ti ride in faccia e pretende che tu sorrida di rimando.
“No Other Choice” speciale II – Un’efferata creatività
Nonostante la sua natura di remake, No Other Choice si colloca, fin dal suo passaggio in competizione alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, tra le vette della filmografia del suo autore, per la sua feroce originalità nel presentare (sia mantenendo un rigore formale ineccepibile sia prestando il fianco a pirotecniche accelerazioni) una tragedia dalla portata universale: la nostra arrendevolezza dinanzi all’avvento di uno strumento chiamato Intelligenza Artificiale il cui unico traguardo è la capacità di rendere ogni gesto umano ridicolo e tragicomico.
“No Other Choice” speciale I – Homo homini lupus in chiave comica
Il regista coreano rifiuta la prevedibilità e questa volta sceglie il registro comico per descrivere uno scenario tragico a lui congeniale. Lo fa in modo impeccabile, inanellando delle sequenze adrenaliniche e potenti in cui una situazione rocambolesca sostituisce l’altra, centrando un ritmo del racconto che sa rallentare e improvvisamente accelerare con grande naturalezza. Non mancano neppure le pennellate d’autore e l’uso magistrale della camera che sappiamo essere caratteristica di uno dei filmmaker più talentuosi della sua generazione.
Speciale Park Chan-wook – “Old Boy” e le colpe degli uomini
Old Boy è un film crudo e disturbante in cui i personaggi, messi dinnanzi alle proprie colpe, non trovano altra catarsi che uccidere, torturare, mutilarsi o tuttalpiù cercare di dimenticare. Confrontato con gli altri due capitoli della trilogia, Old Boy risulta più intenso e meno rigoroso del precedente Mr. Vendetta, ma senza toccare le vette di divertito barocchismo stilistico del successivo Lady Vendetta.
Speciale Park Chan-wook – “JSA” tra due popoli
Mentre film come Il prigioniero coreano postulano l’impossibilità di una riunificazione per l’avversa volontà dei coreani stessi, in JSA si assiste a un timido tentativo di fratellanza fine a sé stesso che rimane soffocato nelle tenaglie di un equilibrio politico troppo fragile, in cui entrambe le parti in causa preferiscono nascondere la verità che alterare lo status quo. Tra i limiti artistici dell’opera il maggiore è non valorizzare sufficientemente il rischio che comporta l’amicizia fra soldati del sud e del nord.
Speciale Park Chan-wook – “Decision to Leave” e l’esperienza del déjà vu
Come per il picco della montagna da cui è caduto il marito di Song Seo-rae, che ha lo stesso profilo del mucchio di sabbia abbattuto dall’alta marea nel finale, in certe inquadrature fintamente neutre Park dissemina indizi per la soluzione dell’indagine e soprattutto segnali dell’inganno amoroso che tornano nelle scene più cariche di pathos, riportando Decision to Leave ai temi fondamentali della sua filmografia: l’artificio sistematico della vita, l’illusione imprescindibile al sentimento, la necessità di non sapere e l’impossibilità di non chiedere.
Speciale Park Chan-wook – “Mademoiselle” summa stilistica
Mademoiselle segna il ritorno di Park Chan-wook in Corea dopo la realizzazione di Stoker, coproduzione USA/UK in lingua inglese. Ci sono varie somiglianze fra le due opere, benché i loro punti di arrivo siano diametralmente opposti. Entrambi sono thriller psicologici al femminile, in cui l’ingresso di un personaggio esterno in un contesto famigliare disfunzionale funge da innesco per la crescita emotiva della protagonista.
Speciale Park Chan-wook – “Old Boy” e la disperazione universale del destino
Il ritorno di Old Boy (2003) nelle sale – in versione restaurata in 4K sotto la supervisione del regista – è solo un’ulteriore conferma dell’enorme impatto che il film cult del sudcoreano Park Chan-wook ha avuto nella cultura cinematografica, orientale e non solo. Secondo (e più celebre) capitolo della sua trilogia della vendetta, dopo Mr. Vendetta e prima di Lady Vendetta, fu premiato al Festival di Cannes con il Grand Prix Speciale della Giuria: Old Boy è un thriller violentissimo, disperato e inquietante, ma anche un vero film d’autore.
Speciale Park Chan-wook – “Mademoiselle” dal desiderio di vendetta alla vendetta del desiderio
La potenza narrativa di Park Chan-wook è insita nella trama che lega le sue storie, tasselli di un’unica opera magna; una vera e propria fenomenologia della vendetta che gradualmente cambia i connotati: a partire dalla “trilogia della vendetta”, il regista descrive una curva discendente dal maschile al femminile, dai toni hardcore di Mr. Vendetta e Old Boy, dettati dal desiderio di vendetta, alla vendetta orientata al desiderio che, da Lady Vendetta a Mademoiselle, si fa via via più softcore, sino ad assumere i contorni di una fiaba.