Vi propongo una sfida: come vi descrivereste senza parlare di passioni o lavoro? La risposta a questa domanda diventa ancora più complessa quando le due dimensioni coincidono; potere vivere di ciò che amiamo è il sogno di chiunque. In No Other Choice, Park Chan-wook propone precisamente questo esercizio mentale, senza trovare una risposta definitiva, nemmeno a livello personale: lo stesso regista vive per fare film, o fa film per vivere? Potrebbe mai dedicarsi ad altro, qualora fosse chiamato a rinunciare al cinema?

Per chi fonda la propria identità su una vocazione, non esistono alternative o compromessi: è una questione di ikigai, una ragione d’essere, che guida e dà senso a ogni nostra decisione. Rassegnarsi equivarrebbe a tradire la propria natura, e il compromesso sarebbe solo una diversa declinazione del fallimento. Quando la passione e la disperazione raggiungono la stessa intensità, la mente è dunque disposta a spingersi oltre ogni limite pur di realizzare i propri obiettivi. Una dinamica fin troppo familiare per chiunque abbia avuto a che fare con la precarietà del mondo lavorativo: mors tua, vita mea, e, per sopravvivere, è necessario che l’altro muoia.

Riadattamento di Il cacciatore di teste (2005, Costa-Gavras), a sua volta basato sul romanzo The Ax di Donald E. Westlake, No Other Choice trasporta la feroce vicenda del suo protagonista nel contemporaneo mercato del lavoro sudcoreano, dove la spietatezza umana appare come conseguenza inevitabile di un sistema dominato dalle logiche produttive del capitalismo. Il licenziamento di Yoo Man-so (Lee Byung-hun) dalla cartiera presso cui ha lavorato venticinque anni non implica solo un iniziale ridimensionamento economico e familiare, ma coincide con lo sgretolamento di un’identità costruita interamente attorno al ruolo professionale. Privato di quella funzione e stabilità, l’uomo si scopre improvvisamente insignificante, attanagliato da un vuoto interiore che nemmeno l’affetto dei suoi cari riesce a colmare.

La possibilità di un nuovo impiego in linea con il precedente non appare solo come una seconda occasione, bensì come l’unica via per riaffermare la propria esistenza e salvezza. Secondo questa logica, anche l’idea stessa di merito viene progressivamente deformata, spingendo lo spettatore verso un’empatia ambigua nei confronti di Yoo Man-so, non per le sue oggettive qualità, ma per la radicalità della sua disperata determinazione, che lo rende l’unico disposto a sacrificare tutto pur di ritrovare se stesso.

In questo cortocircuito morale, il film suggerisce una verità inquietante: in un sistema che riduce l’individuo alla sua funzione sociale, la volontà di esistere finisce per coincidere con la necessità di eliminare gli altri, secondo un puro istinto di sopravvivenza. Il cinema di Park Chan-wook ci ricorda però che la vittoria non dura a lungo, e la violenza goffa di Yoo Man-soo si rivela, alla fine, rivolta all’obiettivo sbagliato. Davanti a una macchina sull’orlo del collasso, costantemente trasformata dalle innovazioni tecnologiche, a pagare il prezzo non dovrebbe essere il singolo ingranaggio: quello si può sostituire, sempre.

È l’intera struttura a dover bruciare. Ma se si pensa solo a se stessi, ce ne si rende conto inevitabilmente troppo tardi.