Siamo lontani da quella “banalità del male” tipica dei grigi burocrati come Adolf Eichmann, descritta dalla storica e filosofa di origini ebraiche Hannah Arendt. Ad Auschwitz chiamato “l’angelo della morte” per il suo camice bianco, Josef Mengele non era solo un militare ed esecutore di ordini e procedure, ma un medico professionista, un cosiddetto “scienziato della razza” che piegò il sapere scientifico e la genetica all’irrazionalità dell’ideologia hitleriana della Germania nazista.

Fuggito in Sud America e scampato a Norimberga, è il figlio a processare il padre alla ricerca di un’ammissione di colpa da parte di un Mengele baffuto, allucinato e urlante, come la peggiore caricatura del Führer. Grande attore tedesco, August Dihel, come il collega Daniel Brühl, sembra ormai condannato, dopo il pluripremiato Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino, a far parte della Germania nazista riprodotta dal cinematografo.

Quasi un doppio di Hitler, irriconoscibile se non nei filmati a colori che lo ritraggono da giovane, Dihel occupa gli spazi d’ombra dell’estremo bianco e nero della fotografia di Vladislav Opelyantsdà, dando corpo al disfacimento vampiresco di un regime mortifero.

Se Mengele si rifiuta di raccontare gli orrori che ha contribuito a perpetrare, è il cinematografo a farsi portatore di verità. Come il cinema è sato un potente strumento di propaganda per le dittature (e non solo), allo stesso modo ne ha potuto svelare le menzogne e gli orrori. I numerosi filmati proiettati durante il processo di Norimberga, che testimoniano la macchina industriale di morte messa in piedi dal regime nazista, fanno eco alle immagini contemporanee che denunciano i criminali di guerra assolti dal loro stesso potere.

Al contrario della ricerca elegante sul fuori campo portata avanti da quel capolavoro da brividi che è La zona d’interesse (2023) di Jonathan Glazer, il regista russo Kirill Serebrennikov, adattando il romanzo di Olivier Guez del 2017, ci riporta nei territori del visibile, accompagnandoci nel “paradiso” degli orrori in technicolor del supercattivo Mengele.

Una pornografia del dolore – non estranea all’ipervisibilità che caratterizza le immagini diffuse dai media contemporanei – in cui i protagonisti sono gemelli monozigoti, persone affette da nanismo e da altre anomalie fisiche, dissezionate come fossero rane da laboratorio. Mengele gioca al piccolo chimico con i diversi, gli emarginati, i freaks (purtroppo non quelli di Tod Browning). Non più i mostri, i fantasmi, i vampiri e le streghe, ma la cattiveria umana, lasciata libera di circolare indisturbata nella Germania del tempo, diventa il teatro narrativo prediletto per raccontare il male.

Vincitori e vinti (1961) è il titolo italiano del capolavoro della storia del cinema diretto da Stanley Kramer sul processo di Norimberga. “You vamporize 150.000 japanese, at a touch of a button”, dice l’Hermann Goring di Russell Crowe allo psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek) in Norimberga (2025). Del resto, qualcuno ha portato gli Stati Uniti in tribunale per gli “esperimenti” atomici di J Robert Oppenheimer? A pagare e ad essere processati sono i vinti, non certo i vincitori, come del resto accade anche oggi: i criminali di guerra sono liberi di circolare, e Stati travestiti da democrazie calpestano il diritto internazionale.

A determinare la colpa, o meglio, la responsabilità, non c’è di certo un Dio (che è morto), né alcuna legge fondata sul diritto, ma solo ed esclusivamente il potere. Come quando Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del Terzo Reich, nel tentativo di mettere a capo della cinematografia tedesca Fritz Lang – poi emigrato negli Stati Uniti – disse al noto regista: “We decide who is an arian”.