In greco antico il termine Eros indica il desiderio ardente, l’attrazione vitale, l’impulso alla generazione e all’unione: è la forza che crea legami e produce vita. Thanatos, al contrario, richiama l’annientamento, la distruzione, l’aggressività; nella tradizione mitologica è la personificazione della morte inevitabile.
Nell’immaginario gotico-romantico sviluppatosi in Inghilterra tra la fine del Settecento e l’età vittoriana - erede della sensibilità romantica e attratto dal perturbante - queste due pulsioni non si oppongono, ma convivono. Nei romanzi che hanno plasmato tale stagione culturale, pensiamo a The Mysteries of Udolpho di Ann Radcliffe, a Frankenstein di Mary Shelley, fino a Jane Eyre di Charlotte Brontë, amore e distruzione si stringono come forze gemelle; laddove il desiderio tende alla fusione assoluta, l’ombra della perdita e dell’annientamento ne rivela il lato oscuro.
È proprio questa coesistenza a suggerire che tali pulsioni non siano soltanto poli antitetici, ma dimensioni complementari dell’esperienza umana: un intreccio profondo che la narrativa gotico-romantica ha reso visibile e che ancora oggi continua ad attrarci. In questa cornice socio-culturale si colloca il celebre romanzo di Emily Brontë, Cime Tempestose. Opera di metà Ottocento, divenuta leggendaria per la capacità di dare forma e vita a luoghi e personaggi rimasti impressi nell’immaginario collettivo - la brughiera selvaggia, la presenza del fantasmatico, i legami assoluti e divisivi - narra, oltre ogni misura, la tormentata e generazionale storia d’amore tra Catherine Earnshaw e Heathcliff.
Rappresentare in poco più di due ore tutti questi temi non è compito semplice. L’opera letteraria parla cospicuamente di vita e morte, ma anche di legami familiari, appartenenze, odio e vendetta. La regista britannica Emerald Fennell, già nota per Una donna promettente (2020) e Saltburn (2023), decide di concentrarsi sul nucleo sentimentale fatto di passione e rancore: rileggendolo con sensibilità contemporanea, rende ancora più chiaro e carnale il rapporto tra i due protagonisti, le cui anime “sono composte della stessa materia”.
Nel film del 2026 l’attenzione è tutta su di loro: la giovane Catherine, interpretata dalla travolgente Margot Robbie e Heathcliff (Jacob Elordi), “uno zingaro dalla pelle scura” adottato dal vizioso signor Earnshaw (Martin Clunes) quando era ancora un bambino e ridotto a cagnolino di corte. La prima parte del film si concentra sulla genesi del loro legame, dall’arrivo di Heathcliff a Cime Tempestose, passando per l’amicizia sempre più viscerale con la giovane Earnshaw. Tra i due sembra stipularsi un accordo amoroso non scritto, perpetuato da sguardi e sodalizi che ne rendono evidente la natura.
L’equilibrio viene infranto dall’arrivo dei nuovi vicini in brughiera, i Linton -Edgar (Shazad Latif) e Isabella (Alison Oliver) - rappresentanti di una classe sociale elevata e facoltosa, immediatamente attrattivi per la giovane irriverente. Questo incontro cambia i destini dei protagonisti: Catherine sceglie di sposare il docile e premuroso Edgar, conquistata dagli addobbi barocchi e dai tessuti pregiati, suscitando gelosia e disprezzo in Heathcliff.
L’onta subita lo spinge ad allontanarsi, per poi tornare consumato dal desiderio di rivalsa e dall’ossessione per la sua amata, dando inizio a un turbolento intreccio romantico e altisonante, tessuto anche dallo sguardo giudicante e silenzioso della dama di compagnia, la figlia illegittima Nelly (Hong Chau), altra faccia della classe sociale stratificata e ingiusta che orchestra, in parte, le sorti dei rapporti umani.
Cime Tempestose è la trasposizione della violenza inaudita delle pulsioni umane. Il romanzo ne enfatizza la complessità e la distruttività se esasperate. Il legame tra Catherine e Heathcliff non è solo un amore d’altri tempi, ma richiama l’apparato identitario di chi non possiede nulla e nell’altro ritrova se stesso. Catherine è colei che viene amata perdutamente e al tempo stesso colei che dà senso all’esistenza di chi non ne aveva. Heathcliff, nella sua brutalità, incarna il desiderio di essere amato e di trovare un proprio posto nel mondo, disposto ad autodistruggersi.
Nel film, questa dimensione lascia spazio alla distruttività di un amore folle e volitivo, ma anche alla possibilità di un sentimento positivo: Heathcliff diventa capace di amare, non solo di odiare. Fennell mostra così come dall’orrore umano e dalle esperienze disfunzionali possano emergere speranza e colore nell’animo.
L’amore nutre, lega, divide e spaventa. Eros e Thanatos insieme: il film ci introduce a questa dualità fin dalla scena iniziale, ingannando lo spettatore con un amplesso mascherato da atto di morte. L’amore, forza che dà vita, può condurre alla fine. Ed è proprio negli occhi della giovane Catherine, bambina osservatrice, che si intravede questa duplice natura dell’animo umano: desiderio e inquietudine, paura e attrazione, vita e morte.
Questa lettura contemporanea trasforma il mito di Heathcliff e Catherine in una riflessione accesa sul potere sadico e salvifico dell’amore. Il loro legame, pur radicalmente modificato rispetto al romanzo, diventa specchio delle pulsioni più profonde: passione e rabbia coesistono, modellando identità e destino. In questo equilibrio fragile tra Eros e Thanatos, il film suggerisce che non c’è salvezza per chi non può salvarsi da solo.