In una carriera iniziata negli anni Cinquanta e continuata fino a quattro anni prima della sua morte, avvenuta lo scorso 15 febbraio, Robert Duvall ha incarnato, sempre utilizzando le giuste sfumature, i diversi tipi di mascolinità americana. Quella paranoica e violenta che gli offrì Coppola in Il padrino (1972), e in Apocalypse Now (1979), ruoli che gli diedero la notorietà iniziale e lo consacrarono come uno dei volti cinematografici della parte finale della New Hollywood, imprimendo una svolta decisiva ad una carriera che fino a quel momento era stata prevalentemente televisiva.

Negli anni successivi, Duvall interpretò anche una versione più malinconica e ferita della mascolinità americana, quella posseduta da un passato che minaccia un’apparente stabilità del presente e da cui deve, in qualche modo, riscattarsi. Proprio per il ruolo del cantante country alcolizzato Mac Sledge in Tender Mercies – Un tenero ringraziamento (1983), Duvall vinse il suo primo e unico Oscar, anche se venne nominato altre cinque volte, l’ultima per The Judge (2014), un melodramma famigliare tutto al maschile, che lo rese, al tempo, il più anziano attore candidato per un premio dell’Academy.

Nato nel 1931, Duvall imparò presto a conoscere quell’ambiente militare che doveva caratterizzare la provenienza di molti dei personaggi che avrebbe in seguito interpretato, mettendone in risalto sempre quella zona d’ombra in cui i confini della legalità e dello spirito di servizio si confondono con violenza e ossessione. Il padre era, infatti, un ammiraglio della Marina e lo stesso Robert si arruolò, seppur brevemente, nell’esercito statunitense subito dopo la Guerra di Corea. Dopo aver studiato recitazione a New York, Duvall iniziò un’intensa attività televisiva e teatrale alla fine degli anni Cinquanta, mentre debuttò sul grande schermo nel ruolo di Boo Radley in Il buio oltre la siepe nel 1962.

Per tutti gli anni Sessanta continuò a lavorare soprattutto in televisione anche se riuscì ad assicurarsi ruoli, per quanto secondari, in film importanti come La caccia (1966) di Arthur Penn, Bullitt (1968) di Peter Yates, Il Grinta (1969) di Henry Hathaway e M.A.S.H. (1970) di Robert Altman. Ottenne finalmente un ruolo da protagonista per il distopico L’uomo che fuggì dal futuro (1971), esordio di George Lucas, ma fu il teatro a fruttargli i primi premi come l’Obie Award per la riedizione di Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller nel 1965.

Per guadagnare il riconoscimento della critica e della comunità cinematografica Duvall dovette aspettare di oltrepassare i quarant’anni: la collaborazione con Coppola gli regalò due dei ruoli più iconici della sua lunga carriera con scene e battute che rimangono nell’immaginario cinematografico a cinquant’anni di distanza. L’apparentemente tranquillo Tom Hagen capace di decapitare il cavallo più amato di un nemico dei Corleone e di infilargli la testa dell’animale nel letto e il Tenente Colonnello Kilgore che ama l’odore del napalm al mattino e bombarda i Viet Cong al suono della Valchiria di Wagner hanno rappresentato un’esplorazione della follia e del sadismo a cui i personaggi di Duvall ritorneranno periodicamente nel corso della sua filmografia.

A volte ne ha incarnato le caratteristiche, come l’eponimo Il grande Santini (1980) di Lewis Carlino e gli investigatori impulsivi e maniacali, come quelli di Caccia implacabile (1980) di Roger Spottiswood e La confessione (1981) di Ulu Grosbard; altre volte dovendone fronteggiare le manifestazioni più efferate, come i detective “sacrificali” Hodge e Prendergast in Colors – Colori di guerra (1988) di Dennis Hopper e Un giorno di ordinaria follia (1993) di Joel Schumacher.

Uno studio dell’instabilità maschile che Duvall continuerà anche da regista, oltre che sceneggiatore, produttore e attore principale con il pluripremiato L’Apostolo (1998). Il predicatore omicida Sonny unisce la follia dei personaggi più celebri dell’attore al bisogno di riscatto dal passato che contraddistingue un'altra serie di ritratti maschili, quelli che iniziano con il cantante alcolizzato di Tender Mercies e continuano con i diversi ruoli da patriarca che Duvall ha interpretato nella parte finale della sua filmografia, come il recluso Felix Bush in The Funeral Party (2009) di Aaron Schneider, il giudice Palmer in The Judge (2014) di David Dobkin o il ranchero Scott Briggs in Cavalli selvaggi (2015), suo ultimo film da regista.