“Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi” (Milan Kundera)
I primi inarrestabili fotogrammi di Rental Family mostrano una città dinamica come Tokyo (auto, treni, soggetti in frenetico movimento) e un uomo straniero/gaijin tra la folla (lo comprendiamo dalla forma degli occhi e dalla struttura corpulenta, immediatamente distinguibile dalle figure circostanti) che teme di non arrivare in tempo per un’audizione. Brendan Fraser, non dimentico della sua sofferta performance da Oscar in The Whale, pone ancora una volta la sua ingombrante fisicità (seppure con modalità e sfumature differenti) al servizio di una storia di fragilità affettiva e di crisi individuale.
Il protagonista è un attore statunitense che si è trasferito da anni in Giappone e viene reclutato da un’agenzia di rental family, che presta interpreti a pagamento a coloro che necessitano di esibire o assumere presunti parenti e/o amici per eventi di rito o per lenire la propria solitudine quotidiana. Phillip/Brendan è diventato un personaggio noto per lo spot promozionale di un dentifricio e con un vestito da supereroe dal sorriso smagliante non può che essere un artista perfetto per qualsiasi ruolo rassicurante che debba esprimere sentimenti solidali.
Tra i clienti più importanti ci sono una giovane donna omosessuale che vuole allestire un finto matrimonio con un marito maturo e affidabile così da esaudire la volontà genitoriale, una premurosa madre che ha bisogno di uno stimato padre per la sua bambina (un’incantevole Shannon Mahina Gorman) allo scopo di poterla iscrivere regolarmente presso un influente istituto scolastico, infine la figlia di un anziano e disorientato divo cinematografico (un commovente Akira Emoto, l’indimenticabile Dr. Akagi che doveva curare l’epatite, metaforico male di una società infetta nel film di Shohei Imamura) ormai in oblio, che desidera compiacere la vanità del padre con la richiesta di un’intervista da parte di un competente giornalista che possa celebrarne la carriera.
La regista nipponica Hikari (al secolo Mitsuyo Miyazaki), dopo il suo lungometraggio d’esordio 37 Seconds che narrava di una ragazza paraplegica che riscopriva pulsioni e desideri sessuali grazie al talento da disegnatrice di manga a sfondo erotico, si conferma autrice interessata al sublime rapporto tra arte e vita. Rental Family intende essere una deliziosa commedia (confortante ma non superficiale) che “riflette (paradigmatico il frame finale)” sul panorama socio-urbano di una collettività che non riesce a ritrovare spazi (comprensivi) e tempi (familiari) a misura d’uomo.
La gente è immersa in un flusso incalzante di imponenti architetture, doveri comunitari e rigidi compiti professionali dettati dai ritmi e dai codici della imperante industrializzazione. L’artificio (non mediato da abusati device) può salvare e accompagnare l’esistenza in modo gentile e gratificante favorendo l’origine di una rinnovata etica fondata sull’autenticità dei comportamenti più che delle parole.
“Perché gli adulti mentono sempre?” chiede la piccola Mia e Phillip le risponde che raccontare falsità è molto più agevole che essere sinceri e a volte le bugie servono a proteggere chi si ama. Nella realtà e nella finzione scenica un attore è credibile quando paradossalmente non mente perché la veridicità del gesto e l’eloquente postura sono destinate a prevalere sulla vana affabulazione e sull’apparente retorica.
L’imperativo delfico "conosci te stesso", che esorta all’intima analisi della consapevolezza intorno ai limiti dell’animo umano ma anche della sua divina natura, traspare nello sguardo e nelle vite degli altri come davanti a una rear window. La tecnologia e il marketing omologanti e invasivi segnano gravemente le coscienze inibite da un asettico civismo/cinismo che stinge la spiritualità di ognuno, prigioniera di una cultura formale e reprimente.
Il giuoco delle parti potrebbe essere una via di fuga per recuperare la memoria emotiva perduta rappresentata da una preziosa immagine sbiadita e/o nascosta tra segreti reperti. Phillip è un top player (to play significa sia recitare che giocare) che finalmente si ri-conosce dopo un lungo percorso di “prove”. In questo ri-creativo scambio di identità (attore/spettatore) è il cinema a ricordarci che esistiamo.