Estratto da Anna Masecchia, Mi ricordo mentre vivo. Agnès Varda, Electa, Milano 2026.
Il volume è uno dei titoli della collana Oilà che, a cura di Chiara Alessi, raccoglie brevi biografie 'antieroiche' di donne e professioniste del secolo scorso (artiste, progettiste, scienziate, scrittrici...) nasce con l'obiettivo di liberare le protagoniste sia dal ruolo di regine che da quello di vittime, presentando sotto una lente di ingrandimento storie universali e particolari di lotte. Il giocoso titolo riprende una celebre strofa della canzone popolare socialista La lega, poi entrata nel repertorio delle mondine. "Sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiamo delle belle e buone lingue e ben ci difendiamo. A oilì oilì oilà e la lega la crescerà". Ma OILÀ è anche un modo di salutare qualcuno che non ci si aspettava, il suono che esprime una sorpresa. Questa collana è un’esclamazione alle donne e al loro lavoro.
Quando arriva a Parigi, Varda, una volta deciso di dedicarsi alla fotografia, cerca un luogo in cui stabilirsi e soprattutto in cui installare un laboratorio fotografico che sfrutti la luce naturale. Gli ambienti e la corte al numero 86 di rue Daguerre, troppo fatiscenti secondo il padre, troppo grandi secondo la madre, rappresentano, con l’acquisto nel 1951, la conquista di uno spazio tutto per sé.
Senza elettricità, senza servizi igienici moderni, tutto scalcinato e pieno di residui, sembra lo spazio perfetto per realizzare il mito di fondazione di una giovanissima donna che si affaccia alla vita adulta. Due negozietti separati da un corridoio a cielo aperto, con un’aria da baraccopoli diventano una casa e una corte bellissimi, che sono ancora là. E tutta la città confluisce e si propaga da questo spazio che si fa, da baracca, una casa-capanna. Perché la casa di rue Daguerre nasce e resta un cantiere aperto, pieno di possibilità; il baricentro di una vita e di una creatività in costante movimento in cui creare, amare, vivere e lasciare traccia di sé. In cui essere donna in modo nuovo, in un mondo nuovo.
Se ha già esposto alcune fotografie in contesti ufficiali, è questo il primo spazio di una sua personale: nel 1954, espone ritratti degli abitanti della strada e di illustri personaggi come i già citati Brassaï e Calder. È sempre qui che progetta La Pointe Courte e collabora con l’amico e amante Alain Resnais, che l’aiuterà a montare il film. Nei primissimi anni, vive con lei Valentine Schlegel, la Linou dell’infanzia, perché è insieme che sono partite da Sète alla conquista della Ville Lumière. Entrambe sono artigiane e artiste, Agnès con la pellicola e la luce, Valentine con la creta, la ceramica, il legno; una fotografa e una scultrice designer che giocano con le forme, come documenta il lavoro fotografico di Varda oggetto di una bella mostra alla Galerie Nathalie Obadia nel 2020 e che Rosalie Varda ha voluto lasciare anche tra le pagine di un bel libro intitolato La maison de Rosalie.
La mostra mette insieme le fotografie di Varda che ritraggono l’amata Linou in posati, l’artista Schlegel mentre è al lavoro, insieme alle sue opere, tra sculture, oggetti e preziosi utensili artigianali. Rosalie ha recuperato le tante cose che la madre le aveva regalato perché appartenevano in qualche modo alla sua infanzia, come, in alcuni casi, oggetti d’uso quotidiano. Scartando gli involucri in cui erano conservati, ha sentito il legame con la madre e con Linou stessa. E ridare vita a sculture e oggetti, fare lo stesso, esponendole, con le fotografie materne poco viste e conosciute, l’ha fatta sentire a casa.
Nel secondo volume della riedizione aumentata e postuma di Varda par Agnès (2023), una sezione è intitolata La vita nella corte: si apre con la fotografia del 1951 di due bambini anonimi abitanti della strada che giocano tra panni appesi al sole e residui – legname, ferro – dei negozi che c’erano prima dell’acquisto da parte di Varda e si chiude con un ritratto di Varda, Rosalie e Demy del 1960. Nel mezzo, tra le altre, Resnais (1955), Valentine Schlegel con i suoi vasi (1955) e un ritratto di Antoine Bourseiller al sole con e come un gatto (1956). Il testo che lo commenta racconta quell’intreccio tra atelier, focolare domestico e casa di produzione cinematografica, la Ciné-Tamaris, che rue Daguerre sarà ed è ancora.
La Ciné-Tamaris è infatti la casa di produzione che consente prima a Varda e a Demy di portare avanti progetti cinematografici coraggiosi e indipendenti. Negli ultimi decenni, si è fatta garante della distribuzione, su supporti e circuiti diversi, dei film dei due registi. In partnership con istituzioni come il già citato INA, con ARTE e con la Fondazione Cineteca di Bologna, il restauro dei film si è accompagnato alla valorizzazione di ciò che hanno rappresentato come figure di artisti a tutto tondo, anche in relazione alla società e alle epoche in cui hanno operato.
Troviamo condivisi su YouTube tanti materiali, collages di interviste televisive e non, in Francia o all’estero. Un contributo di montaggio si intitola Agnès Varda et la famille. Alcune rivendicazioni femministe a venire sono dentro i discorsi di Varda da prima che prendesse parola come personaggio pubblico e si chiariscono nel tempo e nella pratica. Il matrimonio con Demy, regista che, nel contesto della Nouvelle Vague, si afferma a sua volta rapidamente, porta spesso gli intervistatori a interrogare entrambi sulla condivisione di vita lavorativa e vita privata.
La casa di rue Daguerre diventa il centro di una idea di donna, oltre che di vita. “Bisogna trovare un modo di lavorare donna”: Varda ha insistito in momenti e in modi diversi sul fatto che una donna non deve essere costretta a scegliere tra la famiglia e la professione, a diventare un “mostro” per lavorare, precetto che ha messo in pratica tutta la vita.