Stanley Kubrick avrebbe dovuto realizzare il suo Napoleon, un biopic storico sulla figura di Bonaparte (con Jack Nicholson come protagonista), ma memore del flop di Waterloo, diretto da Sergej Fëdorovič Bondarčuk cinque anni prima, passò oltre. Il nuovo spunto nacque dalla lettura di Le memorie di Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray (tra i capolavori del romanzo picaresco dell’Ottocento inglese) e Kubrick non ne trasse un semplice film in costume, ma una delle migliori  opere della storia del cinema, probabilmente il suo sommo capolavoro.

Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a rendere Barry Lyndon un’opera di straordinaria potenza estetica e al contempo un complesso lavoro testuale. Già partendo dalla struttura narrativa si possono evidenziare delle scelte precise, come quella di cambiare funzione  alla voce narrante, che nel romanzo è in prima persona.

Kubrick opta per l’impiego di una voice over, presenza onnisciente che commenta con distacco le gesta del protagonista da una posizione esterna, al di là del bene e del male. Nel dipanarsi della storia, seguiamo le gesta dell’ambizioso Redmond Barry (il ruolo che più incise Ryan O’Neal nell’immaginario collettivo dopo Love Story) che da ribelle diventa spia, ufficiale e infine sposo della aristocratica Lady Lyndon (Marisa Berenson eburnea e tragica presenza), aspirando al titolo nobiliare senza mai ottenerlo e cadendo rovinosamente dalla piramide sociale.

Tutto questo commentato da una voce impersonale e da un main theme extradiegetico (Sarabande di Händel), melodia grave, solenne, quasi funebre che va di pari passo con l’incedere dell’opera, anticipandone il tragico epilogo. Come diceva giustamente Enzo Ungari, Barry Lyndon “è un film di tale splendore che dovrebbe accecare”, un complesso e armonioso costrutto audiovisivo che combina fotografia, pittura e letteratura, attraverso una sapiente sintesi filmica.

John Alcott (già direttore della fotografia per 2001 e Arancia Meccanica e inseguito per Shining), con l’impiego del noto e rivoluzionario obbiettivo Zeiss Planar e un’illuminazione con candele e luci a olio, restituì miracolosamente la pastosità di pitture e affreschi, con rimandi pittorici da Hayez a Hogarth, grazie anche al supporto scenografico di Ken Adam, Roy Walker e Vernon Dixon.

Ma Barry Lyndon riesce persino a incorporare la scrittura letteraria all’interno di un testo audiovisivo, non a caso sempre Ungari metteva in relazione l’opera in questione con Cronaca di Anna Magdalena Bach di Straub e Huillet. In entrambi i film spiccano a più riprese grafemi e simboli miniati su carta, in grado di fondersi magnificamente con i cinemi (oggetti e azioni reali che compongono l’inquadratura, secondo Pasolini) in un amalgama di elementi che creano una polifonia irripetibile.

Kubrick con Barry Lyndon sembra applicare il concetto di caméra stylo teorizzato da Alexandre Astruc, svincolandosi totalmente dal canone comune al film storico e imprimendo alle proprie immagini una potenza unica e personale, attraverso inquadrature senza la minima sbavatura in cui il profilmico pare vergato su carta o dipinto su tela.

Esente da qualsiasi calligrafismo o estetismo e da qualsivoglia spettacolarizzazione tonitruante (come invece accade al Ridley Scott degli ultimi anni, vedi il suo recente Napoleon), Barry Lyndon nei suoi 184 minuti di durata, si dona allo sguardo con una capacità di naturalismo fotografico e una trasparenza registica a cui (forse) solamente Tess di Roman Polanski ha saputo avvicinarsi.