Forse la definizione più giusta di lui l'ha data il giornalista Dan Friedman, dicendo che “ha cercato di riparare il mondo attraverso il cinema”. Ma è anche giusto riconoscere che è stato “una istituzione americana” (benevola ironia), come il titolo dell'importante retrospettiva che il Lincoln Center di New York gli ha dedicato, conclusasi meno di un anno prima della sua morte a 96 anni, il 16 febbraio 2026.
Frederick Wiseman è stato il grande esploratore della meglio e della peggio umanità, che ha vivisezionato con la sua macchina da presa per come si manifesta nelle organizzazioni sociali. Sanità (Titicut Follies, Near Death), istruzione (High School, At Berkeley), religione (Essene), politica (State Legislature, City Hall), forze dell'ordine (Law & Order, Basic Training), giustizia (Juvenile Court, Domestic Violence), cultura (Ballet, National Gallery), scienza (Primate), intrattenimento (Racetrack, Crazy Horse), mondo produttivo (The Store, Adjustment & Work), comunità circoscritte (Belfast, Maine, In Jackson Heights): nessun ambito di cooperazione/conflitto fra individui è sfuggito al suo sguardo.
Come si vede, nessun titolo vagamente suggestivo di un qualche giudizio di valore. Così come nessuna intervista, nessun narratore fuori campo, nessun commento musicale: in pratica, nessuna onniscienza. E, naturalmente, nessuna interazione coi soggetti filmati, proprio come una mosca sul muro. Nemmeno alcun acclimatamento preliminare: giusto una giornata per rendersi conto delle caratteristiche del luogo e via con le riprese, camera a mano e troupe ridottissima (spesso col sodale direttore della fotografia John Davey). Perché, come Wiseman ha esplicitato chiaramente, le riprese stesse sono la ricerca.
Poi, dopo al massimo tre mesi, il passaggio al montaggio, un lavoro certosino di norma sui 7/8 mesi – anche se il regista ha confessato che gli è capitato di metterci oltre un anno a trovare il final cut. Non si può essere imparziali, ha spesso rimarcato Wiseman, impegnato a ricusare le definizioni stesse di cinéma vérité e direct cinema. Perché la forma documentaria “non è più veritiera del cinema di finzione” e, per quanto i suoi film non siano mai stati biecamente a tesi, il suo punto di vista viene “espresso in maniera indiretta tramite la struttura”.
Wiseman si è sempre considerato uno scrittore, che al montaggio metteva a fuoco i temi dei suoi film, e sulla base di questi costruiva la struttura drammatica del racconto. Per il suo modo di lavorare, però, sembrava anche uno scultore, che mano a mano portava via dal girato sino ad arrivare all'essenza nella forma finale. Per questo in Wiseman sono fondamentali le relazioni fra sequenze successive, così come il rapporto fra quelle iniziali e quelle conclusive. E per quanto non abbia mai cercato l'estetica, non si può non notare la riflessione visiva accuratissima su ciò che sta davanti alla sua macchina da presa.
Wiseman è per antonomasia l'analista dei rapporti fra singoli e istituzioni, dove ciò che accade al livello micro è chiaramente sineddoche del macro. Così qualsiasi riunione di qualsiasi genere (il suo cinema ne è invaso) diventa l'essenza dei rapporti umani, e ogni conflitto lascia in bocca l'amaro della guerra fra poveri cristi. Ma Wiseman è anche affascinato dalle rappresentazioni, da come gli esseri umani decidono di mettere in scena se stessi, dalla recita teatrale del suo folgorante e censuratissimo esordio Titicut Follies (1967) alle mise en place del suo ultimo film, Menus-plaisirs - Les Troisgros (2023).
Prolificissimo (quasi un film all'anno per tutta la sua carriera da regista, dopo gli studi in legge a Yale), il suo sguardo è andato talvolta nelle direzioni dove nessuno ha il coraggio di guardare, talaltra nei posti che diamo talmente per scontati da non vederli nemmeno più, altre ancora nei luoghi del prestigio, osservati senza alcuna soggezione o riverenza. Ha mostrato buone e cattive pratiche, scovato villain dove ci hanno fatto orrore e celebrato eroi che non sapevamo esistessero.
Ha illustrato le attività quotidiane delle organizzazioni come arbitrari (e spesso ridicoli) rituali di obbedienza e sottomissione. Ci ha svelato come corpi docili secondo le teorie di Michel Foucault e dato ragione agli esperimenti di Stanley Milgram sulla crudeltà ma, soprattutto nella parte finale della sua produzione, ha anche celebrato a suo modo alcuni laboratori umani del sapere e della multiculturalità. Da sempre di casa fra Boston e Parigi, ma con un'evidente passione per New York, si è fatto più accorato nel proporre possibili modelli positivi, pur riservando alle sole interviste i commenti sconcertati sull'era trumpiana.
Ormai ricoperto di allori – il Leone d'Oro alla carriera a Venezia nel 2014, l'Oscar onorario nel 2016, le retrospettive del MoMa nel 2010 e quella già citata del Lincoln Center nel 2025 – ha attraversato gli ultimi anni concedendosi il vezzo di un non indimenticabile film di finzione come Un couple nel 2022 (ce n'era stato solo un altro nel 2002, La dernière lettre) e varie comparsate attoriali, in particolare per l'amica Rebecca Zlotowski.
Le sue impronte sulla storia del cinema sembrano affiorare ovunque: se non stupiscono quelle su intere generazioni di documentaristi osservazionali, con in testa il grande discepolo e amico Errol Morris, più curiose sono quelle di Basic Training su Full Metal Jacket di Stanley Kubrick o di Titicut Follies su Qualcuno volo sul nido del cuculo di Miloš Forman, per non parlare di quelle totalmente inaspettate come High School su Rushmore di Wes Anderson.
Chissà come mai, di solito riteniamo più importante dare buone risposte che fare buone domande, non capendo che le seconde sono un prerequisito delle prime. Il cinema di Frederick Wiseman non è lì per portare soluzioni, ma per interrogarci sul perché come esseri umani e come società facciamo quello che facciamo, e se non sarebbe invece possibile farlo in un altro modo.