È un elogio alla follia o esaltazione della stravaganza umana questo Mio fratello è un vichingo. Mix di generi all’interno di un’intelaiatura di rimando fiabesco, che mescola commedia e dramma e fonde buddy movie e – in parte – road movie, senza lesinare su un lauto dosaggio di vengeance movie a coda di uno spicchio di caper movie, Mio fratello è un vichingo rimarca praticamente il tocco goliardico di Anders Thomas Jensen che, come sceneggiatore, cominciò a farsi notare nella buffonesca e temeraria corrente cinematografica Dogma '95.

Non a caso la pellicola di maggior rappresentanza fu Idioti (1998) di Lars von Trier, in cui un gruppo di persone, in una villa isolata, dava libero sfogo all’idiozia, alla propria libertà di azione e pensiero. Quel corso ormai è defunto e quest’ultimo lungometraggio di Jensen, sebbene di struttura abbastanza tradizionale (l’amore fraterno e il catartico happy end), conserva però quelle esaltate sfumature narrative che lo distinguono da molti prodotti similari di produzione americana, fintamente trasgressivi.

Ibridazione tra Rain Man – L’uomo della pioggia (1988) di Barry Levinson e Quattro pazzi in libertà (1989) di Howard Zieff, il film di Jensen, per raccontare lo stretto legame di due fratelli agli antipodi, schiacciati da un remoto trauma familiare, utilizza la funzione dei motti di spirito teorizzati da Freud in funzione drammaturgica. Scene assurde, dialoghi strampalati e personaggi strambi, tra cui spicca il personaggio Manfred/John (Mads Mikkelsen), servono all’autore per immaginare che la verità delle cose e la sanità mentale siano soltanto un punto di vista. Un po’ come il gusto per la musica: il riverito jazz può essere noioso e arido mentre i bistrattati Abba (figliazione pop-melodica-melensa dei Beatles) molto più avvincenti e funzionali al logorio della vita.

Una duttilità narrativa, benché non sempre ben calibrata a causa del troppo zelo trasgressivo, che si sorregge sul versatile Mikkelsen, alla sesta collaborazione con Jensen, che modella un personaggio tanto bizzarro quanto profondamente umano. Manfred, per la sua – quasi – impassibilità facciale e atarassia al dolore fisico, è quasi un discendente del Buster Keaton di quelle ardimentose comiche slapstick: si getta da un’auto in corsa o da una finestra. Figura fragile, perennemente bisognosa dell’affetto del rude e sicuro fratello Anker (Nikolaj Lie Kaas), si rivelerà invece essere l’antidoto necessario per il nuovo percorso di redenzione di Anker.

La ricerca dei soldi sotterrati farà prima di tutto diseppellire resti di dolenti ricordi rimossi, che hanno forgiato diversamente i caratteri e le vite dei tre fratelli: Anker d’indole collerica, Manfred sfuggente alla realtà e Freja (Bodil Jørgensen) insicura e imbruttita. Intorno a loro si aggiungono le altre strambe figure, inizialmente distinte tra sani e pazzi ma a poco a poco quella linea di demarcazione scompare e, anzi, la saggia morale è proferita proprio da due dei pazzi della combriccola, che svelano come dovrebbe essere intrapresa la vita per non impazzire.