Si sarebbero mai incontrati Jesse e Céline nel 2026? Nell’epoca contemporanea delle relazioni liquide, dell’individualismo sfrenato, dell’iper-velocizzazione del tempo e dell’alienazione tecnologica sembra quasi anacronistico pensare che due estranei su un treno possano anche solo notarsi e sviluppare un’attrazione reciproca. Rivedere oggi Prima dell’alba di Richard Linklater è un atto osceno, come scrivere un libro sull’amore a fine anni Settanta, ci direbbe Roland Barthes.

Da grande regista del desiderio, come François Ozon e Luca Gudagnino, Linklater mette in scena un suo vissuto reale, in un on the road urbano, che sarà il primo frammento di un discorso amoroso che proseguirà nei due capitoli successivi (Before sunset – Prima del tramonto del 2004 e Before midnight del 2013), sullo stile Antoin Doinel di Truffaut. Un elogio dell’amore, della casualità dell’incontro (e scontro), del rapporto duale e comunitario.

Céline e Jesse, che vedremo anche in versione animata, nel primo film in rotoscopio di Linklater (Waking Life, 2001), sono la materia prima del film, che ha dato vita al naturalismo della sceneggiatura scritta a quattro mani da Linklater, Kim Krizan e i due giovani attori.

Lei (Julie Delpy) francese, legge Madame Edwarda di Georges Bataille – il filosofo della trasgressione dell’erotismo – lui (Ethan Hawke) americano, legge All I Need is Love, autobiografia dell’attore tedesco Klaus Kinski. “La mancanza d’amore è la più crudele e abbietta delle pene”, diceva, del resto, il suo Nosferatu. Se oggi avere un libro in mano (quando succede) per la Gen Z è un atto performativo, un tempo, l’aspetto tattile, erotico dell’oggetto libro era un veicolo d’incontro emotivo ed intellettuale, un’affinità elettiva, una possibilità di discorso.

Jesse, rappresentante del nuovo mondo, del sogno americano, vuole diventare qualcuno, avere successo, realizzarsi come individuo a discapito delle relazioni. Céline è la vecchia Europa, antica e romantica, come la Vienna che attraversano durante la notte.

La capitale austriaca diventa così il teatro del desiderio, un non-luogo romantico, in un tempo sospeso, dove gli amanti possono vivere il loro incontro nell’anonimato, indisturbati dalle male lingue e dalle invidie. A vegliare su di loro sono attori, poeti, medium e ballerini; angeli urbani, artisti bohémien, guardiani della soglia, presenze sacre, rappresentanti di un luogo che si fa spazio vivo.

Dopo aver pedinato i suoi personaggi per le strade e i monumenti della città, Linklater ci accompagna dalla caotica metropoli europea all’intimità di un piccolo e anonimo vicolo per far dire a Céline la verità sull’amore: “Se esiste una qualche forma di Dio, non è in nessuno di noi, né in te, né in me, ma in quel piccolo spazio tra di noi”. Dio è l’amore, sembra dirci Céline. Non il Dio cristiano, ma Eros, quello spazio sacro, invisibile, tra due alterità.

È così che Linklater cattura il fuori campo e ci mostra il nostro volto innamorato; lo sguardo timido, impacciato, tribolato del desiderio, che si posa su di noi quando non guardiamo. Quel tra-due, quello spazio erotico che all’alba svanisce, come i vampiri e le ombre del cinematografo.

I luoghi spogli, alle prime luci del mattino, tornati ad essere spazi di transito, di passaggio, che Linklater inquadra a ritroso nel finale, non sono le fredde e geometriche architetture dell’incomunicabilità e dell’incontro mancato di L’Eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, ma i testimoni e simboli sacri di quel tra-due erotico che è accaduto. Strade, monumenti, piazze, spazi caldi, eroticamente pregni di significato e che custodiscono le tracce di quel frammento d’amore che diventerà discorso.