Archivio
“Prima dell’alba”: Dio è l’amore
Si sarebbero mai incontrati Jesse e Céline nel 2026? Nell’epoca contemporanea delle relazioni liquide, dell’individualismo sfrenato, dell’iper-velocizzazione del tempo e dell’alienazione tecnologica sembra quasi anacronistico pensare che due estranei su un treno possano anche solo notarsi e sviluppare un’attrazione reciproca. Rivedere oggi Prima dell’alba di Richard Linklater è un atto osceno, come scrivere un libro sull’amore a fine anni Settanta, ci direbbe Roland Barthes.
“Nouvelle Vague” assalto al “cinema di papà”
Guillaume Marbeck interpreta un Godard affabulatore, che si intrufola nei set di Jean-Pierre Melville e Robert Bresson per rubacchiarne l’inventiva. Con il suo fare laconico tradisce il cinema classico tanto amato dalla cinefilia punk dei Cahiers, frammentandolo, decomponendolo, destrutturandolo, per reinventarne la grammatica. Ogni regola, convenzione, artificio, tabù, viene infranto per inseguire la pura realtà dell’immagine. Tra camera a mano, tempi morti, dialoghi improvvisati, niente trucco, luci, suono, sguardi in macchina, il ventottenne Godard mette in crisi il cinema.
“Blue Moon” quando l’amore è un incerto sentimento
Il punto di osservazione di Linklater mira alla narrazione di legami (amori e amicizie) analizzati nei momenti critici e influenzati dai contesti spazio-temporali della Storia, dall’inesorabile (di)scorrere degli eventi, dai processi di vita reali e onirici/utopistici. Gli (anti)eroi di Linklater sono abili nell’arte della fuga (soprattutto da sé stessi) ma non tradiscono la loro naturale vocazione/visione che si manifesta e si traduce in sofisticati e amabili confronti verbali.
“Hit Man” e la trasformazione della maschera
Qui non è soltanto l’identità a rivestire una capitale importanza nell’evoluzione della storia raccontata in Hit Man, liberamente tratto da un articolo di Skip Hollandsworth apparso sul Texas Monthly nel 2001. Difatti, immersi in un presente frammentato e incerto, Gary Johnson e i suoi compagni di sventura, criminali da strapazzo compresi, individuano soprattutto nel “cambiamento”, nella “trasformazione” la cifra esistenziale, la bussola da utilizzare per farcela. Poiché, ogni giornata richiede la sua specifica performance, la sua maschera.
“Apollo 10 e mezzo” tra biografia e cinefilia
Attraverso un costante e irresistibile flusso di coscienza mascherato da album dei ricordi, Linklater si dimostra uno dei narratori per immagini più intelligenti e consapevoli in circolazione, tanto abile nel dare forma a molteplici dimensioni quanto esperto nel riuscire a navigarle senza mai perdere di vista l’obiettivo ultimo del suo lungo peregrinare. Apollo 10 e mezzo è quindi un tuffo nel passato del regista, sia biografico che cinematografico. Sono tante, infatti, le rime interne alla sua filmografia che Linklater inserisce nel film, in grado di intrecciarsi in maniera fluida e naturale con i ricordi d’infanzia.