Giunto in Italia con diversi mesi di ritardo rispetto alla distribuzione nei mercati internazionali, dai quali non ha tratto particolari profitti, l'ultimo film di Francis Lawrence merita un'attenzione maggiore di quanta gliene sia stata riservata sino a questo momento.

Abbandonata momentaneamente la distopia youngaldut dell'universo legato alla letteratura di Suzanne Collins e dei suoi Huger Games, Lawrence traspone sul grande schermo uno dei primi racconti di Stephen King, appartenente, come nel caso di The Running Man recentemente adattato da Edgar Wright,  ai titoli editi dal prolifero autore dietro lo pseudonimo di Backman. Un'opera che Lawrence sceglie di adattare in maniera fedele sin dal taglio minimale imposto all'intero impianto tecnico e strutturale.

Avvio in medias res, regole del “gioco” brevemente esposte ai personaggi contestualmente alla premessa narrativa comunicata allo spettatore. Pronti, via, in marcia.  La macchina da presa entra in movimento attraverso lunghi carrelli laterali, a seguire e a precedere, per raffigurare questa potente allegoria dell'annichilimento autoimposto dalla specie umana. Sono gli Stati Uniti di un futuro presente, sintetizzati in un gruppo di ragazzi costretti a camminare fino allo sfinimento, alla resa incondizionata di fronte ad uno stato-boia, pronto ad eseguire la sentenza di morte attraverso armi costantemente puntate sui protagonisti come fossero telecamere.

Il tutto sotto l'insindacabile giustizio di un “major” che enuncia la vittoria finale come un premio al più forte, da parte di chi punta a restaurare l'America a  spingerla a ricoprire la sua posizione di  “number 1 in the world again". Voce di una classe dirigente che pretende di agire per il bene comune, educando la popolazione con metodi punitivi. Echi al presente esplicitamente messi a nudo per sottolineare quanto tali atteggiamenti e costrutti sociali, che solamente pochi decenni fa venivano ascritti al linguaggio finzionale della fantascienza, oggi non sembrino così distanti dall'assurda e terrificante realtà della “più grande democrazia del mondo”.

E seguendo questa linea di sguardo si può evincere la forza principale di questa re-visione de La lunga marcia, che rifiutandosi di eccedere in divagazioni e rimanendo quasi supinamente fedele all'opera originale, mostra quanto le paure del recente passato, sublimate e circoscritte entro i limiti dell'illusione letteraria, coincidano in molti aspetti alla quotidiana rappresentazione del mondo in cui viviamo.

Nei volti dell'America rurale che assiste con sadica curiosità alla triste processione delle giovani vittime; in quegli occhi assuefatti alla visione del dolore e privi di qualsiasi incredulità di fronte ad una sofferenza tanto insensata, possiamo scorgere il nostro riflesso. Ed ecco quindi che lo spazio all'interno del quale si muovono quelle immagini perde la funzione conciliante di schermo, per palesarsi tristemente come una sorta di specchio nel quale scorgere il noostro ritratto.

Ben lontana dal dissolversi come una visione inerte, The Long Walk di Francis Lawrence trova la giusta via per scavare in profondità nella coscienza e sedimentare nella memoria dello spettatore contemporaneo. Un proposito semplice quanto aggressivo, nella speranza che l'immagine restituita da questo cinema-specchio possa scuotere le menti e stracciare il velo di apatia che le avvolge.