Dopo Akunin e Ikari, Lee Sang-il torna a dirigere l’adattamento di un romanzo di Shuichi Yoshida: Kokuho. La trama copre cinquant’anni della vita dell’orfano Kikuo, adottato da Hanjiro, un importante attore di kabuki negli anni Sessanta. Come il genere richiede, la narrazione procede alternando la carriera di Kikuo nel kabuki come onnagata – attore specializzato in ruoli femminili – con le relazioni personali più o meno turbolente che intrattiene, su tutte quella di amicizia/competizione con Shunsuke, il figlio biologico di Hanjiro.

Nonostante le forti affinità col capolavoro cinese Addio mia concubina, Kokuho affronta il soggetto in maniera completamente diversa. Nel primo caso la carriera dei due attori protagonisti funge da commento alla macrostoria politica/culturale della Cina, vero centro dell’opera. In Kokuho invece sembra che nulla possa distogliere gli attori kabuki dalla loro arte. Ogni spettacolo è il riproporsi di un repertorio limitato, una tradizione impermeabile allo scorrere del tempo, che anzi esige autorevolmente di essere conservata nella sua secolare purezza.

Le vicende private di Kikuo e Shunsuke non vengono dunque spettacolarizzate, non generano particolare pathos, sembra che neppure ai personaggi stessi importino granché. La vita vera, col suo ritmo e il suo scorrimento, viene trattata come un intervallo fra due atti teatrali, una distrazione dall’eterno ritorno di un tempo puro.

Kokuho non è un film sugli artisti ma sulla loro arte, un racconto al di là del bene e del male dove non conta quanto siano ammirevoli o deprecabili le gesta dei suoi protagonisti, conta solo ciò che avviene sul palco. Un discorso analogo vale per i corpi: la macchina da presa non valorizza minimamente la figura umana finché si trova all’infuori del teatro. È dal momento in cui gli attori cominciano a truccarsi dietro le quinte che i loro corpi assumono una dignità mitica, incarnano qualcosa di più alto dunque primissimi piani e dettagli si sprecano.

Il titolo stesso dell’opera significa “tesoro nazionale” e si riferisce al termine con cui in Giappone si designano artisti considerati degni di incarnare determinate arti tradizionali, come dei patrimoni culturali viventi. Nonostante la durata e la pomposità epica, in patria Kokuho ha riscosso un successo strepitoso, difficilmente esportabile fuori dalla patria.

Non è un’opera che spiega ad esempio quali siano le prerogative di un onnagata o una geisha, la successione patrilineare dei nomi d’arte nelle famiglie di attori e il prestigio cerimoniale che vi si associa. Non segue neppure la narrativa da biopic, comune in occidente, per cui l’artista protagonista è realizzato nella misura in cui riceve gratifiche dalla sua carriera, pecuniarie o di pubblico che siano. Anche nei momenti più pesanti delle loro vite, nessuno dei personaggi di Kokuho trasmette emozioni negative, forte della certezza del ritorno del tempo mitico.

Un film magico e solenne, che richiede una moderata disposizione alla trascendenza per essere apprezzato appieno.