Esordio nel lungometraggio di finzione per il regista Daniel Roher, già premiato con l’Oscar per il documentario Navalny (2022), Tuner: l’accordatore intreccia i colpi di scena, il subplot romantico e i ricchi ambienti tipici di un heist movie con il tentativo di gettare uno sguardo più complesso sulla società statunitense contemporanea, dove i meccanismi della mobilità sociale e dell’integrazione etnica sembrano entrati in una crisi irreversibile.
L’esperimento è interessante, impreziosito da un ottimo cast e da guest star come Herbie Hancock, ma non perfettamente riuscito nel suo voluto omaggio alla combinazione di azione e politica dei prodotti migliori della New Hollywood. A questo proposito, non appare certo casuale la scelta di Dustin Hoffman per un ruolo secondario ma fondamentale: quello di Harry Horowitz, mentore del protagonista Nikki (l’emergente Leo Woodall), ex bambino prodigio e pianista con orecchio assoluto, costretto a ripiegare sul più tradizionale lavoro di accordatore a causa di una forte iperacusia.
Hoffman viene a configurarsi anche come un mentore meta-cinematografico per una nuova generazione di attori a cui passa il testimone per i ruoli di outsider che ha incarnato da Il laureato (1967) a Un uomo da marciapiede (1969), per arrivare fino a Rain Man (1988), epiteto che viene esplicitamente dato a Nikki da uno dei malviventi con cui il giovane accordatore si trova, ad un certo punto, invischiato.
Perché proprio per aiutare Horowitz a pagare il conto dell’ospedale dopo un ennesimo infarto, Nikki decide di mettere a frutto il suo orecchio assoluto per aprire casseforti, arruolato, in seguito ad un incontro casuale, da scassinatori lituani che rubano agli stessi ricchi a cui installano sistemi di sorveglianza e a cui Nikki accorda pianoforti inutilizzati. I primi colpi vanno bene, ma l’emergere di un traffico di cripto-valute da parte di un’organizzazione asiatica e la sottrazione di un prezioso oggetto che l’accordatore vuole regalare alla sua fidanzata, la compositrice Ruthie (Havana Rose Liu), mettono in pericolo l’equilibrio precario su cui si regge la vita del giovane.
Sono proprio tutte queste complicazioni, che allargano le tematiche di Tuner anche alla memoria dei campi di concentramento, alle disuguaglianze del modello economico liberista e alla costante ricerca di una figura paterna, a non giovare al disegno complessivo del film, diluendone eccessivamente il ritmo, e perdendo progressivamente di vista, o rendendo quantomeno ripetitiva, l’originale intuizione iniziale in cui le percezioni uditive distorte del protagonista contribuiscono a creare suspense e tensione narrativa.
Roher e lo sceneggiatore Robert Ramsey non sono, quindi, completamente riusciti a riprodurre la formula di azione e indagine sociale da cui erano partiti. Abbiamo detto della perdita progressiva di ritmo da parte del film che ha quasi una doppia conclusione, con un primo finale, che richiama la corsa del protagonista di Il laureato, immediatamente rimesso in discussione dall’apertura di un successivo capitolo, in cui le troppe coincidenze mettono in discussione quel minimo di plausibilità che ci si attende anche da un heist movie.
L’accordatore racconta la società americana contemporanea nella sua parcellizzazione etnica e di classe per la fine della mobilità sociale e dell’opportunità di farsi da sé. “Dove sono finiti i veri WASP?”, viene da chiedersi guardando il film di Roher. E, tuttavia, anche su questo aspetto più di indagine sociale il film non funziona fino in fondo, con qualche ingenuità e stereotipo di troppo: la solitaria e sradicata compositrice asiatica a cui la nonna ha lasciato un pianoforte, gli ebrei un po’ folkloristici ad iniziare dagli stessi coniugi Horowitz, ma, soprattutto, i criminali lituani e asiatici, che più che portare comic relief, instradano pericolosamente Tuner verso la caricatura.