Al Biografilm Festival 2026 di Bologna è stato presentato e premiato Everybody to Kenmure Street, un documentario diretto dal regista cileno belga (residente in Scozia) Felipe Bustos Sierra, pluripremiato per il suo debutto nel 2018 con Nae Pasaran, lungometraggio sulla storia vera di un gruppo di operai scozzesi che, negli anni '70, si rifiutarono di riparare i motori degli aerei da caccia utilizzati dal regime di Pinochet in Cile (vincitore del premio come Miglior Feature ai BAFTA Scotland Awards). L'occasione della proiezione si è creata anche in collaborazione con Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, all'interno delle iniziative promosse dalla Regione ER per celebrare l'80° anniversario del suffragio universale.

Siamo in Scozia e ancora una volta Felipe Bustos Sierra, regista quarantanovenne di origini cilene (figlio di un giornalista fuggito con tutta la sua famiglia dal regime di Pinochet), racconta una storia di resistenza civile. Nel maggio 2021 all'alba del primo giorno di festeggiamenti per l'Eid, Glasgow fu turbata da una irruzione inaspettata di una squadra di agenti dell'immigrazione del Ministero dell'Interno che effettuò un blitz in Kenmure Street, a Glasgow, nel cuore del quartiere più multiculturale della Scozia, arrestando due cittadini accusati di essere clandestini e mettendoli su un furgone verso la deportazione. In poche ore, grazie a un rapido passaparola e alla non indifferenza dei vicini, la rabbia dei manifestanti per un’ingiustizia si trasforma in speranza, ottenendo la liberazione dei due uomini candidati all’espulsione.

Bustos Sierra, attraverso il linguaggio del documentario, racconta di una azione collettiva realizzando un’opera che è di fatto collettiva essa stessa, essendo composta dal sapiente montaggio dei filmati girati dai presenti con i telefonini e postati sui social, insieme ad alcune riprese di ottima qualità effettuate da due abitanti della strada, cameramen della BBC scozzese, i quali, compresa la situazione, scesero a riprendere gi eventi con la loro attrezzatura professionale. C’è anche una ripresa dall’alto, nel finale del documentario, che sembra girata con un drone e mostra il momento topico della liberazione dei due deportati: di questo filmato non si conosce l’autore, perché è giunto in forma anonima al regista, tanto da ipotizzare che abbia potuto essere girato da un drone della stessa polizia scozzese.

Sierra raccoglie testimonianze con un lavoro certosino di ricerca post-evento, e con le interviste a centinaia di “neighbors” che avevano vissuto in prima persona quella giornata eccezionale ed indimenticabile, una giornata in cui il detto l’unione fa la forza non era più un proverbio, ma si traduceva nel potere trasformante della massa unita in collettività. Protagonista del documentario bellissimo di Sierra è un'umanità singolo plurale, come quella scelta dal tema del Biografilm 2026, che ci porta a riflettere sulla complessità del presente attraverso storie individuali che diventano esperienza collettiva.

Il film è frutto di ben cinque anni di lavoro e, come ha confessato Bustos Sierra dopo la proiezione, “cerca di rispondere ad una domanda ben precisa: perché non sono sceso in strada io stesso? Dopo aver visto il film la prima volta ho capito che non ero sceso in strada perché non avevo la speranza che quei due cittadini sarebbero stati liberati, come poi è successo. Per questo solo dopo ho voluto raccogliere una testimonianza diretta dell’esperienza fortissima che ho vissuto, un’esperienza di collettività emozionante”.

La sapienza del regista è evidente nella collazione dei materiali scelti e nei parallelismi costruiti attraverso le immagini di repertorio: la visita ufficiale a Glasgow di Nelson Mandela nel 1993 dopo la sua liberazione, per ritirare ufficialmente la cittadinanza onoraria ricevuta durante la sua prigionia, e ringraziare i cittadini scozzesi per il loro supporto; le foto della Glasgow schiavista e di una ricchezza storicamente legata allo sfruttamento coloniale, il ricordo dell’indignazione per l’omicidio di Sara Everard nel 2021. Fatti storici che raccontano l’essenza politica e l’impegno civile, ma anche le origini e le contraddizioni di una città come Glasgow, forse l’unica città al mondo in cui ha potuto esistere una Kenmure Street.

Nel giorno in cui a Kenmure Street la gente si è riversata per strada per difendere i diritti acquisiti di due sconosciuti vicini di casa, nell’aria risuonavano slogan come “No Justice No Peace” oppure “Stop racist police” e l’azione collettiva e pacifica della gente comune (giovani, vecchi, bambini) sedutasi per terra per fermare una deportazione ingiusta, si è riappropriata dello spazio della città per esprimere la propria volontà di partecipazione e per difendere cittadini in quel momento “più deboli”. Siamo tutti coinvolti, chi è pronto a farsi arrestare? All’appello per difendere i diritti dei loro vicini hanno risposto circa 200 persone.

Uno di loro, per fermare il movimento del furgone con a bordo i due “ostaggi” si è ficcato sotto il mezzo ed è rimasto steso lì per più di otto ore senza mangiare né bere. Passato alla storia con il nome di “Van Man” questo personaggio nel documentario viene interpretato da Emma Thompson. L’attrice, colpita dalla visione del precedente Nae Pasaran, aveva espresso con il regista il desiderio di partecipare a un suo prossimo film, e quando si è presentata l’esigenza di raccontare questa storia, proteggendo però l’identità dell’uomo per evitare alcuna forma di ripercussione, si è pensato di affidare la sua voce alla Thompson.

Un cameo importante ed artisticamente rilevante per tutta la buona riuscita del film. Una scelta che testimonia la fortissima cifra artistica e la potenza di uno stile autoriale capace di mescolare il cinema delle sorprese e dell’attesa con il cinema della realtà.