Il cinema era prossimo al centenario. Un traguardo ragguardevole, che convalida la sua longevità, eppure… ci sono evidenti e preoccupanti indizi di degradamento. Il terrore di un’imminente fine. Le sale cinematografiche chiudono, divenendo abbandonati e fatiscenti luoghi polverosi. Il digitale sta pian piano sostituendo la pellicola, generando immagini immediate ma fredde, usa e getta. Videocamere sempre più "ine", di utilizzo ormai comune come se fossero un normale elettrodomestico. Una visione apocalittica in cui ci si interroga se realizzare ancora immagini durature abbia senso.
Wim Wenders è stato da sempre un teoreta delle immagini, in formato fotografico, cinematografico e digitale. Filmare (fissare e tramandare la realtà) è un atto precipuo per lui. Lisbon Story (1994) ne è l’esempio più cristallino e leggiadro, poiché quelle riflessioni urgenti sono declinate in un gioco cinefilo che aggrega, incorniciato dai toni della commedia, il Road Movie e il mistery con sfumature di documentario urbano e sociale. Non a caso la genesi del film era tutt’altra cosa: Wenders fu contattato per realizzare un doc su Lisbona, eletta Capitale europea della cultura per il 1994.
Viaggiatore cinematografico di luoghi, Lisbona è una città cardine nel cinema del regista tedesco, poiché landa d’attesa in Lo stato delle cose (1982), nel quale il cineasta Friedrich Munro (Patrick Bauchau) attende di poter proseguire il suo film rimasto interrotto. C’è un Inside joke diretto con quella pellicola, che vinse il Leone d’oro, con Lisbon Story. Una datata cartolina di Munro chiede all’amico fonico Phillip Winter (Rüdiger Vogler) di raggiungerlo immediatamente, perché ha urgente bisogno di aiuto.
Intrapreso il lunghissimo viaggio dalla Germania a Lisbona, con una gamba ingessata, un cumolo di valigie e un’auto malandata che alla fine tira le cuoia, Winter giunge stremato alla meta però Munro è scomparso, senza lasciare tracce se non il girato non portato a conclusione su Lisbona. Per il fonico, novello L.B. Jefferies (protagonista immobilizzato dal gesso de La finestra sul cortile) inizia la Lisbon – detection – story, cominciando comunque il lavoro per cui era stato cooptato: la registrazione dei suoni della città.
Un doppio percorso speculare a quello di Wenders, che si diverte a narrare un mistero, tramite un protagonista keatoniano a cui capitano disavventure buffe, portando però avanti il compito per cui era stato ingaggiato. Uno sguardo sulla capitale portoghese, tra scorci cittadini, suoni e rievocazioni storiche che diviene un “appunti di viaggio su cultura e città”. Con armonica sapienza unisce l’obiettivo produttivo principale (narrare la cultura portoghese) con il portare avanti la personale riflessione sul cinema e le immagini, ornando la narrazione, anche in vista dell’imminente centenario, con una variegata cinefilia. Al termine, come postilla a questa impressa postcard, il film è dedicato a Federico Fellini.
La divulgazione della cultura portoghese è stratificata, citando passi poetici di Fernando Pessoa o lasciando esprimere/confessare a Manoel de Oliveira gli intenti di ogni cineasta nei confronti della realizzazione di un’opera filmica. Memoria storica e popolare, invece, rammentata da un anziano intervistato da Winter o da spezzoni di filmati su costruzioni urbanistiche; mentre l’incontro con Teresa Salgueiro e i Madredeus sono una fulgida rappresentazione etnica della particolare musica lusitana.
Munro viene – casualmente – ritrovato da Winter. Il suo svanire è stato soltanto dettato dalla constatazione che un regista cerca sempre d’imprimere un proprio punto di vista, distorcendo o sporcando immagini che in sé sono incontaminate. Un eremitaggio nell’estrema periferia di Lisbona come un asceta videomaker, che lascia libera la videocamera per riprendere senza forzature la città, le persone… il mondo.
Ma il cinematografo ha ancora molto da dire e la realtà ha necessità di un occhio professionale che sia capace di fare una cernita di cosa trattenere su pellicola e/o nastro. Di costruire un’altra realtà abile a suscitare emozioni e riflessioni. In un happy end debitore de Il cameraman (1928) di Edward Sedgwick e Buster Keaton, Munroe ritrova la joie de vivre et.. de filmer.