Titolo antifrastico per una pellicola d’interni dai toni cupi. L’esordio in solitaria di Juan Antonio Bardem, dopo due co-regie assieme a Luis García Berlanga, è un dramma esistenziale che ha per sfondo il raccogliticcio mondo del teatro di provincia. Cómicos (1954), sceneggiato dallo stesso Bardem, è incentrato su un microcosmo in cui spicca Ana Ruiz (Elisa Galvé).
Affascinante attrice con ottime doti recitative, è nella costante attesa di ottenere il ruolo di protagonista. Come confida a Miguel Solis (Fernando Rey), attore conscio della caducità lavorativa in questa professione raminga, l’unica cosa che sa fare è recitare, non potrebbe (non vuole) cambiare vita. Più che caparbietà, la sua è semplicemente l’illusione di un successo che gli spetta. È attratta dal fascino della ribalta e anela gli applausi del pubblico.
Sin dalla prima sequenza il favoloso mondo del teatro è smitizzato dalla voce fuori campo della protagonista, che con lo sguardo passa in rassegna i colleghi della compagnia, che dormono tutti assieme in uno scomparto del treno. Una concisa scheda con nome, ruolo interpretativo e paga settimanale. Un salario bassissimo che evidenzia le ristrettezze e come ci sia una gerarchia d’importanza anche nei bassi ranghi.
Cómicos pare una variante, più cinica e pessimista, di altre due escursioni cinematografiche nel dietro le quinte di alcuni gruppi di sgangherati teatranti. I coevi Vita da cani (1950) di Steno e Luci del varietà (1950) di Alberto Lattuada e Federico Fellini puntavano maggiormente sulla bonomia dei personaggi. Gli scoramenti, sentimentali e professionali, dei protagonisti erano mitigati dalle scene buffe. Mentre il personaggio di Ana Ruiz e la descrizione dell’ambiente che la circonda (rivalità, vacuità, freddezza e successo) rimandano più che altro a Eva contro Eva (1950) di Joseph L. Mankiewicz.
Ana, però, non è come Eve Harrington (Anne Baxter). Benché ambedue sognano di divenire dive, ad Ana manca quel necessario cinismo per la scalata al successo. Impassibilità etica e caratteriale che invece ha la consumata attrice Doña Carmen (Rosario García Ortega), che sin dagli esordi ha giocato sporco: ha mentito sull’età pur di ottenere un ruolo.
L’errore di Ana, che in un sussulto di orgoglio ha abbandonato la compagnia, è quella di non accettare altre proposte, sebbene di poco guadagno, del suo agente. Si ritiene superiore ad esse, come ugualmente alla fine non accetta l’ultimo aiuto dell’impresario Carlos Márquez (Carlos Casaravilla), che sempre gli ha fatto la corte con rispetto. Ana avrà gli agognati applausi, ma saranno soltanto l’ennesima illusione.
Confrontato con la sua filmografia successiva, Cómicos non è proprio un bozzetto registico, ma andrebbe accolto come un primo esercizio realizzativo. Bardem prende le misure delle sue capacità di messinscena e di direzione degli attori, optando per un luogo “chiuso” e, allo stesso modo, demandando parti della descrizione alla voce interiore di Ana. Un realismo psicologico e un’analisi ambientale riflessa dalle tipologie dei personaggi.