L’idea alla base di Ananas venne ad Amos Gitai leggendo l’etichetta di una lattina di ananas confezionata dalla Dole Pineapple Company: dalla coltivazione nelle Filippine alla lavorazione a Honolulu, fino alla distribuzione via San Francisco con tanto di etichetta stampata in Giappone, il frutto contenuto in quella scatoletta aveva fatto praticamente il giro del mondo. Questa era la chiave per poter raccontare la globalizzazione ma anche lo sfruttamento celato dietro un prodotto industriale.

È opinione del regista israeliano, infatti, che per parlare di un argomento sia necessario raccontare un microcosmo che lo rappresenti: in questo modo, concentrandosi su un caso particolare, non si rischia di perdersi nel caos di una teoria generale senza aderenza alla realtà. L’esempio più lampante dell’applicazione di questa teoria è forse la trilogia documentaria dedicata a una singola casa di Gerusalemme: House (1980), A House in Jerusalem (1998) e News from Home / News from House (2006) raccontano l’evolversi delle relazioni socio/diplomatiche tra israeliani e palestinesi mettendo al centro del racconto una casa, con la sua storia e i vari passaggi di proprietà.

Questo documentario del 1984 è sotto certi aspetti piuttosto classico: vi sono diverse interviste (le cosiddette “teste parlanti”) e molte immagini degli ambienti in cui si coltivano, si raccolgono o si processano i frutti. Ciò che non è affatto classico è il modo in cui Gitai organizza il materiale filmato: innanzitutto il regista si mette in campo in prima persona (lo vediamo e lo sentiamo porre le domande ai responsabili della Castle & Cook Company, l’azienda che anni prima aveva rilevato la Dole); indugia sugli intervistati anche quando loro affermano di non voler entrare nel merito di certe questioni o di non voler approfondire certi argomenti; lavora sul sonoro creando effetti di apparente fuori-sincrono con le immagini; accosta alcune dichiarazioni dei “pezzi grossi” dell’azienda (dai dirigenti ai responsabili delle piantagioni) a immagini che anziché illustrare alla lettera il contenuto delle interviste agiscono per costituirne una critica palese (il “posto molto scenografico in cui lavorare” si concretizza in uno sterminato capannone dove centinaia di operaie mangiano e lavorano).

Ma l’aspetto che forse più di tutti colpisce è la colonna sonora: insieme al curatore del suono Kevin Gallagher, Gitai sceglie di affidare alla musica vernacolare filippina un ruolo sostanziale, assai più complesso di un semplice accompagnamento. La musica tradizionale non solo immerge sonoramente lo spettatore nei luoghi di cui si parla ma restituisce al nostro orecchio l’eco dell’impronta sonora di un mondo che stava scomparendo, anche – se non soprattutto – a causa di una feroce globalizzazione dell’economia. Sussurri, canti e strumenti a percussione segnano un crescendo ritmico che accompagna la “storia economica” dell’ananas, scortando i cargo in cui sono stivati i frutti e battendo il tempo delle macchine e delle operaie che li tagliano. La musica diventa dunque un veicolo per comunicare al meglio il messaggio dello sradicamento di un intero sistema culturale ad opera del capitalismo globale, la vittoria del mercato sulla natura.

La volontà (ormai necessità produttiva vera e propria) di gestire e organizzare ogni aspetto della coltura dell’ananas porta a fare in modo che questa sia la più controllabile e sofisticata del mondo: si può decidere la dimensione del ciuffo in testa al frutto perché entri perfettamente nelle confezioni o il momento esatto in cui esso raggiungerà un certo grado di maturazione, il tutto mentre sterminate piantagioni alterano il paesaggio di intere regioni.

Questo sradicamento culturale viene messo in luce anche tramite la questione religiosa, ovvero una crudele analisi di come la conversione forzata delle popolazioni filippine al cristianesimo (molti membri della famiglia Cooke erano missionari battisti) sia fatta passare per un bene sociale mentre nasconde una chiara intenzione di soggiogamento.

Proprio attraverso l’intreccio tra poteri economici, religiosi, politici e militari (all’epoca le Filippine erano sotto la dittatura di Ferdinand Marcos), Gitai riesce a dimostrare come, per una ragione o per l’altra, a pagare il prezzo più alto siano sempre i poveri, i lavoratori, gli sfruttati.