Forse qualcuno ricorda ancora quel blues pop luminoso di Eugenio Finardi intitolato Vil Coyote, omaggio al personaggio più resiliente — qui il termine non è usato a sproposito — dei cartoni animati. “Ci può cadere il mondo addosso, finire sotto un masso, ma noi non ci arrenderemo mai". In fondo è tutta qui l’essenza di Wile E. — o Willy — Coyote, il più fanatico e scalognato dei Looney Tunes, costretto dai suoi creatori (più che dalla fame) al perpetuo inseguimento del roadrunner Beep Beep. Un novello Sisifo che è preda di un loop narrativo rigorosissimo, fatto di fallimenti e umiliazioni. Ma soprattutto di tentativi.
Che la storia produttiva di Coyote vs. Acme, costellata di fiaschi, coincida con quella finzionale di Wile E. Coyote rende il tutto discretamente poetico. Tutto nasce da un’arringa umoristica di Ian Frazier pubblicata sul New York Times nel 1990: e se il nostro beniamino spezzasse la sua maledizione, interrompesse l’uroboro, e trascinasse in tribunale l’Acme Corporation, l’industria che gli fornisce per corrispondenza tutte le più improbabili trappole e i difettosi aggeggi?
Una premessa talmente gustosa che Scott Rudin — al tempo produttore di The First Wives Club, In & Out, The Truman Show — decide di acquistarne i diritti. Siamo nel 1998, ma il progetto sembra destinato a prendere polvere sullo scaffale, perché la Warner Bros. non accenna a concedere i permessi per le riprese. Nemmeno otto anni dopo, quando James Gunn rimette mano all’idea col fido Jeremy Slater.
Un annuncio ufficiale dalla casa di produzione arriva solo nel 2018, quando ingaggia Dave Green alla regia. Ma non finisce qui. Proprio sul più bello, a riprese ormai ultimate, è sempre la Warner a decidere di non far uscire il film, nel tentativo di ottenere nuovi vantaggi fiscali. Sarà la pressione dei fan sui social media a salvare il progetto, concesso in distribuzione alla Ketchup Entertainment per la modica cifra di cinquanta milioni di dollari. Tutti felici e contenti, dopo quasi trent’anni.
Il rapporto tra Warner Bros. e Looney Tunes nel campo dei lungometraggi non è mai stato dei migliori. Da Space Jam (1996) a Looney Tunes: Back in Action (2003), che fu un vero braccio di ferro tra la regia di Joe Dante e le imposizioni dei pezzi grossi, ogni ibrido live action è stato oggetto di tribolazioni notevoli. Per tacere di Space Jam: A New Legacy (2021), che probabilmente non aveva alcuna ragione di esistere. E dire che al principio fu Robert Zemeckis, interrogato dagli animatori del primo Space Jam sul suo Who Framed Roger Rabbit?, a sconsigliare categoricamente di girare un film a tecnica mista. “Non fatelo, mi ha quasi ucciso.” Pare che avesse detto proprio così.
Coyote vs. Acme costruisce sin da subito un culto attorno alla sua disfatta: erede di film riusciti a metà, cane sciolto e mito anti-epico ancor prima della sua uscita, salvato dall’oblio con un atto virtuoso di cultura convergente. Il pubblico non ha ancora visto il film ma è disposto a “lottare” (a colpi di hashtag) purché esca. Una battaglia donchisciottesca come quella di Wile E. Coyote, perfettamente in linea col soggetto del film. Se Space Jam e Back in Action favorivano in modo delirante le gag alla trama, Coyote vs. Acme torna all’architettura della commedia per esplorare generi differenti in momenti diversi del racconto (slapstick, legal drama, mystery, thriller), scandagliando anche un po’ la psicologia dei personaggi.
Non è un tentativo di rebranding dei Looney Tunes come (i due) Space Jam, mentre dell’esperienza di Joe Dante viene ereditato il cuore cinefilo. Lo studio legale intitolato a tre numi tutelari dell’animazione, Tex Avery, Chuck Jones e Michael Maltese, le citazioni spudorate a Twin Peaks: Fire Walk with Me, Mr. Smith Goes to Washington e Anatomy of a Murder. E soprattutto Peter Lorre in versione animata, resuscitato nelle vesti di scienziato direttamente dal corto “horror” con Bugs Bunny (Hair-Raising Hare, 1946), pronto a diventare personaggio chiave (e morale) dell’intreccio.
Ma Coyote vs. Acme è prima di tutto un film su Wile E. Coyote. Oltre gli “stunt” comici e i suoi cartelli, che lo rendono in tutto e per tutto una star del muto, c’è un consumatore affetto da shopping compulsivo, la cui resilienza — intesa come capacità di resistere ai traumi per riorganizzarsi in nome di un’ossessione — viene sfruttata da una multinazionale. “Bisogna immaginare Sisifo felice”, dice Camus, ma qui, smettendo (almeno per un po’) di far rotolare il proprio macigno, il Nostro sposta il riflettore sulle sue umiliazioni. Non quelle inflitte da Beep Beep, inarrivabile ragione di vita, ma dal capitalismo. E se la lotta per acciuffare la preda basta ancora a riempire il suo cuore, il Coyote si fa simbolo di un’ingiustizia più grande, di una tragedia umana e profonda. Anche suo malgrado.
Chuck Jones e Michael Maltese crearono Wile E. Coyote per parodiare Tom & Jerry (e il loro pubblico). Non immaginavano che i suoi fallimenti sarebbero entrati nel cuore di tutti per invisibili vie. È quindi una scelta molto interessante quella di trasformare il predatore in vittima del sistema, in modo che venga un po’ da chiederci “perché ridiamo di lui?”. Così come risulta intelligente relegare altri amatissimi personaggi (Bugs Bunny, Daffy Duck, Titti, Taz) a ruoli di supporto, trovando anche il tempo per fare satira su Pepé Le Pew (la puzzola molesta, negli ultimi anni al centro di un vero e proprio caso critico).
Un gioco nuovo che non rinuncia agli archetipi più familiari: quello della spalla riluttante (e in fondo affettuosa) à la Bob Hoskins in Roger Rabbit (Will Forte nei panni dell’avvocato Kevin Ayers), lo spietato avvocato d’affari interpretato da John Cena (perfetto nel ruolo, strozzato com'è da esagerate cravatte texane), lo scagnozzo maldestro (P.J. Byrne), l’idealista animata da buoni sentimenti (Lana Condor).
E il Nostro al centro di una gragnuola di gag fisiche più e meno riuscite, ricordandoci che Coyote vs. Acme, sotto tutti gli ammiccamenti, resta un film d’intrattenimento ad ampio raggio. Senza l’animazione prorompente e la creatività di una volta (chissà cosa avrebbe potuto inventare Joe Dante con un copione del genere), ma con la stessa tendenza ad abbracciare tutti. A far la differenza, una chiave emotiva — e sociale — assente in tutti gli altri film a tecnica mista sui Looney Tunes.
Una piccola grande lezione per tutte le Acme del cinema: si possono ancora sovvertire le regole stando al gioco.