“Qual è l’essenza del cinema secondo Martin Scorsese?”, chiede ad un certo punto Luca Guadagnino a uno dei grandi registi della New Hollywood, nel suo documentario Joie de vivre, dedicato a un altro grande maestro del cinema: Bernardo Bertolucci.

Se con i nuovi mezzi di comunicazione, incentrati su una continua costruzione della propria immagine e sull’autopromozione, spesso la cinefilia cade in uno sfoggio narcisistico del proprio repertorio di giudizi e sentenze, Guadagnino, con questa chilometrica lettera d’amore cinefila (435’ di girato) – di quelle che ormai siamo disabituati a leggere, scrivere e ascoltare –, ci riporta all’incontro con l’altro, in un vero e proprio dibattito erotico.

Si può correre nei corridoi del Louvre, come in Jules e Jim (1962) di François Truffaut, o mimare la morte di Tony in Scarface (Howard Hawks, 1932), o discutere se sia meglio Chaplin o Keaton, per poi fare l’amore, come ci racconta Bertolucci in The Dreamers (2003), mettendo in scena il legame viscerale tra cinema ed erotismo, tra cinefilia, passione politica e desiderio.

“Il dibattito no!”, urlava qualcuno nel primo lungometraggio di Nanni Moretti (Io sono un autarchico, 1976), fuggendo terrorizzato dal confronto critico, dopo aver visto uno spettacolo amatoriale di un gruppo di “capelloni”. Esilaranti gli echi di Moretti che emergono persino dalle parole del regista James Gray, interpellato da Guadagnino sullo statuto attuale della critica cinematografica, che lamenta la pretesa, da parte di chiunque, di poter liberamente parlare di cinema. “Parlo mai di neuropsichiatria, parlo mai di botanica, parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco!”, protestava l’alter ego del regista romano, Michele Apicella (Sogni d’oro, 1981).

Il dibattito sì, ci dice Luca Guadagnino, con questo raffinato esercizio critico e dialettico che riporta la cinefilia e la critica all’incontro (e scontro) non solo con l’oggetto filmico, ma con l’altro. Un viaggio critico e intellettuale, un simposio “guadagniniano”, in cui ad essere interpellati sul cinema di Bertolucci sono registi, critici, storici, produttori e intellettuali, chiamati a sviscerare il corpus cinematografico lasciato dal regista emiliano e a offrire un punto di vista sempre diverso sul cinema, sulla critica e sul mondo.

Non siamo di fronte a una scolastica celebrazione di Bernardo Bertolucci, ma a una sua continua messa in discussione per indagarne le luci e le ombre, per attraversarne le ambiguità e le contraddizioni: dall’impegno civile e dalla passione politica al rapporto con la sessualità e il desiderio; dalla sublimazione omoerotica attraverso il femminile alla complicità (e forse innamoramento) nei confronti dell’ipertrofia divistica di Marlon Brando; dagli abusi di potere sulla giovane Maria Schneider durante la lavorazione di Ultimo tango a Parigi (1972) alla violenza perturbante e perversa dei fascismi (Il conformista, 1970; Novecento, 1976); dalla fuga dalla società dei consumi – il “nuovo fascismo”, diceva Pasolini – verso l’esotismo (L’ultimo imperatore, 1987; Il tè del deserto, 1990); fino alla malattia e alla vecchiaia.

È così che Bertolucci, oltre a rimanere un enigma, un mistero, un’irresistibile attrazione erotica per Luca Guadagnino, diventa quasi un MacGuffin, un pretesto per attraversare la storia del cinema e indagarne i segreti; ciò che lo rende un dispositivo sovversivo, in grado di mettere in crisi le categorie e le strutture sociali e culturali, per restituirci il nostro specchio (o)scuro, deformato, la nostra ombra. Un cinema anti-strutturale, radicale – queer lo chiamerebbe Guadagnino –, che non ha paura di provocare, contestare, di rendere un movimento di macchina un atto politico e non soltanto estetico.

L’essenza del cinema, ci dice Martin Scorsese, è proprio in quel “cut”: lo spazio tra le due inquadrature che crea una terza immagine nella mente dello spettatore. Quell’attimo in cui due immagini si toccano, si baciano, si relazionano, confliggono, per dare vita a un nuovo significato. Un luogo di mezzo, liminale, ambiguo, dove agisce quella forza vitale e ineffabile che si chiama desiderio.