“L’amore in definitiva è una faccenda di preposizioni”, scrive Roberto De Gaetano (Le immagini dell’amore, 2022): un interstizio, un intervallo, uno scarto, quel “tra-due” che unisce e, allo stesso tempo, separa i due innamorati. Anna Foglietta, con il suo esordio alla regia, compie una scelta formale, di linguaggio, chiara e radicale, per rappresentare il processo doloroso di ricomposizione di questo spazio.

È la fuoriuscita dal nucleo familiare della figlia, partita per studiare all’università, che fa emergere la profonda crisi che i due coniugi, Erika (Alba Rohrwacher) e Mauro (Guido Caprino), si ritrovano ad affrontare. Quel “tra”, che costituisce lo spazio di gioco della coppia, riempito e ammortizzato dall’accudimento genitoriale, improvvisamente apre una voragine.

Erika, avvolta dai colori caldi, tra il marrone del legno della cucina e la luce del sole mattutino, prepara una torta ogni mattina, mette sul fuoco la moka per il caffè e, la sera, fa trovare al marito lasagne o cannelloni al suo rientro dal lavoro. Mauro è invece accompagnato cromaticamente dal freddo: tra l’azzurro e il verde del bagno, si guarda allo specchio per ricomporre un’identità frantumata dal conflitto paterno.

Anna Foglietta, con grande delicatezza e discrezione, ci fa sbirciare nella routine dei suoi personaggi, costruita attorno a piccoli rituali quotidiani, il cui scopo inconscio è quello di oscurare la presenza prepotente di questa frattura. L’incomunicabilità emerge dai silenzi, dagli sguardi fugaci, dalle parole dette a metà e dai gesti codificati che si reiterano nel tempo, classicamente scandito attraverso il passare delle stagioni.

Dall’inverno si arriva direttamente all’estate, tralasciando proprio la fioritura primaverile, come a sottolineare l’aridità relazionale che l’assenza della figlia ha scoperchiato. L’improvviso vuoto in cui i personaggi si trovano a precipitare li porta a riempire quella crepa con sostituti simbolici della figlia, pur di non prendere coscienza della totale assenza di senso e della crisi esistenziale che permea la loro vita.

Ma è nel finale che la messa in scena, finora posata, di Anna Foglietta si frattura, esponendo il taglio di montaggio e, con esso, la crepa relazionale tra Erika e Mauro. Nel momento di massima sincerità e vulnerabilità, attraverso un utilizzo spiazzante dello split screen, i due personaggi vengono messi l’uno di fronte all’altro, in un campo e contro campo interno al quadro, come fossero dinnanzi a uno specchio.

Erika non sa più cosa le piace, o forse non se l’è mai chiesto, in una vita vissuta in funzione dei bisogni altrui e non dei propri, inconsapevolmente disallineata rispetto alla propria reale identità. Una storia è il dramma non solo di una coppia in crisi, ma di un’esistenza obnubilata, offuscata, fuori fuoco, vissuta nell’immobilità e nella stasi: una ripetizione rassicurante di rituali per rimanere estranei a sé stessi.

La relazione può tornare a esistere solo nella ricostruzione di quel “tra-due”, esplicitato e reso visibile nella scelta radicale e letterale di tagliare lo schermo. Una cesura, una ferita relazionale che custodisce le reciproche fragilità e che finalmente viene nominata e riconosciuta. Anna Foglietta restituisce un corpo filmico a quello spazio scuro che unisce e separa allo stesso tempo che, ripristinando l’alterità, può far rifiorire il desiderio.