Si sta ponendo parecchia enfasi sul “ritorno al cinema” di Nicolas Winding Refn. Ma sarebbe più corretto parlare di ritorno al grande schermo, perché il Nostro non è stato certo con le mani in mano in questi dieci anni che separano The Neon Demon da Her Private Hell. Refn ha guardato al mondo dello streaming come al “terzo fratello Lumière”, con una genuina voglia di sconfinare, di esplorare il mondo dell’interazione per far dialogare la sua (spesso anche ingombrante) cinefilia con nuovi modi di concepire la produzione.

E se c’è una cosa che non si può proprio recriminare al regista danese è che abbia sempre considerato le rivoluzioni digitali come un’opportunità, estremamente consapevole della distanza che intercorre tra le generazioni e, perché no, anche dei limiti auto-imposti. Pratiche che ha ampiamente analizzato e domato a suo uso e consumo, realizzando due serie con una discreta dose di libertà e autentico spirito lynchiano, ovvero considerandoli film a tutti gli effetti.

Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboys sono state un’emanazione su piattaforma del suo immaginario, dove crime, noir e soprannaturale sono stati mescolati, spezzettati, sezionati in contrasti e virtuosismi per chi era disposto a perdersi ancora nei suoi iconici — mai lessico da copywriter fu più appropriato — set design, in quel notevolissimo uso del colore (a proposito di trasformare i propri limiti in punti di forza, ricordiamo che Refn è daltonico). E poi byNWR, il “museo streaming” sovvenzionato dalla Fondazione Prada e curato dal grande Peter Conheim, archivista punk che tuttora dedica la vita a preservare e a diffondere un cinema “altro”. 

Insomma, dieci anni in cui NWR si è tenuto discretamente impegnato nel costruire ponti tra il cinema di ieri e di oggi, fino a un’insufficienza cardiaca che lo ha dichiarato clinicamente morto per venticinque minuti. Un’esperienza che ci riporta a Her Private Hell e alla sua vera particolarità, ovvero al fatto che si configuri come tappa cruciale di ripartenza. O di rinascita, se vi pare. Lo ha più volte ribadito Refn con una commozione decisamente estranea al personaggio: ritornare dalla morte è stato come riscoprire il cinema con uno spirito bambino, inconsapevole e curioso delle possibilità del mezzo. 

Chissà i detrattori di The Neon Demon — che, è bene ricordarlo, al tempo divise completamente critica e pubblico — cosa penseranno di Her Private Hell. Perché se The Neon Demon era la summa intelligente e geometricamente smisurata del cinema di Refn e delle sue stelle polari, Her Private Hell è la sua prosecuzione rarefatta, una spirale vorticosa già accartocciata nelle digressioni estetiche di Too Old to Die Young e Copenaghen Cowboy. Sembra quasi esserci più religione che esoterismo nell’attuale approccio di Refn. E più che di rinascita forse sarebbe più appropriato parlare di eterno ritorno. Ma andiamo con ordine.

Qualcuno potrà certamente provare godimento nel vagare tra le nebbie di questa città futuristica, per le stanze di un hotel di lusso, pedinando le turbe di Elle (Sophie Thatcher, chiamata a omaggiare dichiaratamente Elle Fanning). Mentre un vigilante (Charles Melton nei panni del Soldato K) insegue mafie e fantasmi (Leatherman, serial killer che emerge dalla nebbia), padri-registi dal nome punk (Johnny Thunders, interpretato da Dougray Scott) incombono con la propria presenza-assenza sulle attrici, al contempo figlie e amanti, impegnate a girare l’adattamento di Candyfloss (fumetto sci-fi in odor di Barbarella).

In questa temporalità fluida completamente subordinata allo spazio, l’immaginario al neon di Refn non è messo in discussione. Dalla fotografia di Magnus Nordenhof Jønck agli interni glamour, tutto compone una scenografia onirica in cui riconoscere i baluginii di Dario Argento (Suspiria e Inferno su tutti), i fumi di Mario Bava (Terrore nello spazio su tutti, di cui Refn ha supervisionato il restauro), Nicolas Roeg e gli echi del fumetto supereroistico che rompono le cornici dei tableau vivant.

Perdersi in queste suggestioni significa però collassare (più che naufragare) nel Private Hell di NWR, imprigionato nel “trademark” del suo cinema, un mondo in cui auto-confinarsi insieme ai personaggi. Ma lasciarsi investire dall’idealizzazione massima dell’autore è forse l’unico approccio possibile, se si vuole resistere ai pesantissimi, a tratti davvero insostenibili, intrighi freudiani del film. Un flusso di coscienza che ricorda in certa misura quello di Ari Aster in Beau ha paura, psicologicamente asfittico perché privo di viscerale sovversione.

Il senso di girare per le stanze della mente di Refn sfuma in una sessione di psicoanalisi scandita da una serie di oggetti chiave: i diamanti (quelli dei guanti dell’assassino e del vistoso trucco di Elle, quelli giganti che emergono dalla nebbia), l’ascia di guerra paterna (da seppellire e da usare), l’accendino del Soldato K (fiamma che accende l’azione), le mutandine (per soffocare, letteralmente, il desiderio).

Se il tentativo è quello di rendere il proprio cinema sempre più impalpabile, condurlo in territori sempre più sospesi e frammentati, beh, non si può ignorare una fastidiosa zavorra. Non si parla di narcisismo o di ego giganti (bla bla bla). Si tratta piuttosto di stare al patto di un autore che ha sempre celebrato l’arte come violazione, lo strumento per perdere il controllo dei corpi e polarizzare i giudizi, e che oggi ci chiede di chiuderci in una sontuosa prigione dell’io. La sua.

È come se Refn sigillasse un patto di fiducia ancora più radicale (religioso) col proprio pubblico: stare con lui, fino alla fine, in questa estenuante ricerca della carne che procede verso un’astrazione che si auspicherebbe anche più estrema. Consapevole, certo, perché dubitarne? Ma ridondante, alienata più che alienante. Un prezzo che forse possono pagare solo i fan.

Se c’è una luce che filtra dalle crepe di questo arrovellarsi è la musica. Refn prega Pino Donaggio di tornare a scrivere le musiche di un film (curerà anche quelle dell’atteso remake di Maniac Cop, in uscita nel 2028). Ma non solo. Gli chiede letteralmente di guidarlo attraverso il labirinto della propria personalità, l’unico vero dialogo che si concede. E Pino Donaggio — che esordì nel mondo delle colonne sonore proprio con Don’t Look Back di Roeg — a ottantasei anni scrive per Her Private Hell un’opera capace di diventare il vero, attesissimo, elemento magico del film.