Se il cinema contemporaneo è afflitto da una febbre citazionistica che spesso usa il passato come semplice repertorio di immagini d'effetto, senza rielaborarle in un discorso personale, Nicolas Winding Refn è tra i pochi registi in grado di trasformare le suggestioni in universo originale e riconoscibile, attraverso un percorso autoriale sempre più proteso alla rarefazione.

Vero cineasta onnivoro, innamorato del giallo italiano ma anche del voluttuoso e paranoico sci-fi degli anni '50, degli yakuza film e della visionarietà di Powell e Pressburger, Refn possiede un immaginario specifico e in costante evoluzione, in cui la citazione appare come un lampo subliminale, filtrato dal ricordo e dal sogno.

Her Private Hell si apre proprio con un omaggio agli Italian Kings of B – il paesaggio della metropoli è evidentemente falso e ricostruito come nell'incipit de I guerrieri dell'anno 2072 (1984) di Lucio Fulci, mentre la prima apparizione di Elle (Sophie Thatcher) nella nebbia è come un doppio onirico di Barbara Steele in La maschera del demonio (1960) di Mario Bava. Bava, in particolare, sembra presiedere tutto il film come una presenza fantasmatica: Refn ne riprende l'uso del colore nei toni del magenta e del blu (come aveva già fatto in The Neon Demon, 2016), la raffinata messa in scena, i contrasti luministici che enfatizzano la duplice natura dei personaggi e, infine, un'atmosfera decadente, in cui perversione ed eleganza si compenetrano e confondono.

La vanità dei suoi protagonisti, belli e perduti, dalla giovinezza gloriosa ed esibita, è un tratto fondamentale e filosofico delle sue opere e si manifesta in atti di sottile autoerotismo. Elle e Private K (Charles Melton) sono esteti allo stesso tempo corrotti e innocenti: avviluppati in una lenta rovina morale, celano nella perfezione fisica un'anima contaminata. Il loro viaggio, all'interno di un film labirintico ed ellittico, è quello di due personaggi orfici e selvaggiamente surrealisti, discesi negli inferi per salvare un'immagine di amore e innocenza. Per quanto sia talvolta impossibile trovare un senso nella narrazione refniana – affascinante proprio perché sfuggente all'interpretazione – la sua tensione verso il mito è l'aspetto più chiaro e reiterato.

Elle e Private K, che Refn in alcune interviste ha definito come la stessa persona –  un io intercambiabile per genere e volontà eroica – sono i soggetti di un percorso attraverso lo spazio e il tempo, la realtà (o le sue vestigia trasparenti) e la finzione. Per recuperare il rapporto con un padre distante e amorale, Elle diventa la protagonista di un film di fantascienza – e qui Refn torna esplicitamente a Bava e al suo Terrore nello spazio (1965), tra navi spaziali stilizzate, rocce planetarie, nebbia, mise en abyme geometriche e cromatiche; mentre Private K, distrutto dalla scomparsa della figlia, si muove da un Giappone finzionale postbellico, grondante violenza a un presente ignoto e astratto. L'obiettivo, per entrambi, è la restaurazione di una purezza originaria attraverso l'annientamento di Leatherman, variazione del leggendario bogeyman delle fiabe; un folclore a cui il regista attinge in modo molto libero, citando anche la presenza di donne-volpi (come le nipponiche kitsune).

Nell'universo del regista convivono glaciale violenza e disperato romanticismo. La magnifica colonna sonora di Pino Donaggio costituisce l'architettura del film e tiene insieme le luci sparse del racconto, ma ne esprime anche la radice addolorata. Tra le macerie di un mondo collassato in un limbo di perdizione e bruma, Her Private Hell anela a colmare un vuoto amoroso. Elle e Private K desiderano, rompono la staticità, cedono a languori sadomasochistici e lottano contro un'esistenza immobile e reificata (emblematizzata dalle immagini di donne-manichino). La loro presenza di outsider ribelli incrina quell'imitation of Life dove la vita è congelata in astratti teatri di posa, adornati da specchi, lampade e statue.

Refn filma con il suo consueto e bellissimo stile orizzontale, con lenti panning laterali e carrelli che traducono l'immagine in uno spazio continuo e infinito, avvolto su se stesso in un uroboros di distruzione e rigenerazione. Il suo cinema bussa alle dimore del sogno e dell'esperienza inconscia, disattendendo i desideri di uno spettatore tradizionale sempre più abituato a trame “spiegate” e accessibili.

Così alieno dai dettami dell'industria, orgogliosamente autoriale e ai limiti dell'invendibile secondo i criteri commerciali attuali, Her Private Hell è il futuro cult di uno degli artisti più sinceri del nostro tempo. Obbediente unicamente alla propria visione, Refn fa appello a un'etica ostinata, come già Powell e Pressburger nel loro The Archers Manifesto del 1942: "Ogni metro di pellicola che produciamo è nostra responsabilità, e di nessun altro. Rifiutiamo di essere guidati o forzati da influenze che non siano la nostra ispirazione".