Interrogato su cosa pensasse del fatto che Quentin Tarantino aveva trasformato la sua storia con Sharon Tate in materia cinematografica per C’era una volta a... Hollywood, Roman Polanski si dichiarò non toccato né in un senso né nell’altro. Tarantino, in quanto autore, era per lui libero di scrivere di quel che voleva.

Amarga Navidad è l’occasione per Pedro Almodóvar di formulare il medesimo principio, e di farlo più volte in una affidando la norma a tre voci, una per ogni stanza accanto del film, comunicante a più livelli con le altre. In Amarga Navidad c’è lo spazio del sé-autore, c’è quello di Raúl, alter ego di Almodóvar e regista al lavoro su una nuova sceneggiatura, e c’è quello di Elsa. Alter ego di Raúl e protagonista di quella sceneggiatura, Elsa è una regista di culto la cui creatività è bloccata, come quella di Raúl e Pedro nei loro rispettivi passati, da potenti attacchi di panico la cui sola via d’uscita sembra essere un nuovo film da scrivere e dirigere, che ha tutta l’aria di volersi intitolare Dolor y Gloria.

Ma le tre stanze contengono anche altro. In ognuna di esse va infatti in scena quel corpo a corpo con la propria autorialità e i propri personaggi che sta alla base della genesi di Amarga Na(ti)vidad. Almodóvar si interroga sulla sua natura di autore-impostore e modella su tre piani un “Pedro a pezzi” debitore dell’Harry di Woody Allen (titolo inglese Deconstructing Harry, per capirci) e consegna al pubblico un documento programmatico e radicalmente incompleto del suo cinema.

Abbozzato, sbilanciato e beffardamente in divenire come una testimonianza in tribunale, Amarga Navidad è spogliato del pathos melodrammatico tipico del Nostro, già resosi irriconoscibile in questo ne La stanza accanto, e travestito da canovaccio ironico che suicida la prima parte della filmografia di Almodóvar e fa da zattera verso la seconda, della piena maturità.

Un film minore, si direbbe, un capitolo di passaggio che prelude, partorendola, alla prossima opera, e pertanto autorizzato a cibarsi di altro cinema, proprio o di colleghi, nel modo più libero e inatteso. Dal paragone non troppo ardito con Bergman e Fellini, chiamati in causa apertamente dall’assistente di Raúl nel decisivo confronto finale, all’Allen bergmaniano di Harry a pezzi, alla trilogia soderberghiana di Magic Mike sul tango del Frantic polanskiano, da L’occhio che uccide di Powell al David Lynch di Twin Peaks (le spesse tende rosse del club porno) e forse persino di Mulholland Drive, sogno dentro realtà e ritorno, con Elsa e Bonifacio in trance nell’ascoltare solitari Las simples cosas di Chavela Vargas.

“Pedro che visse due volte” ha in cantiere molto altro cinema, dunque aspettiamo il prossimo capitolo per mettere meglio a fuoco questo Amarga Navidad, che vive di non-rotture della quarta parete e non deflagra come il capolavoro Dolor y Gloria, per il momento ancora racchiuso nella penna di Elsa.