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“Divine Comedy” e il cinema “monello”

Un cinema militante, clandestino, itinerante, in cui il regista e il produttore non si fanno la guerra, ma sono alleati, complici, amanti, innamorati, animati da uno scopo comune. Divine Comedy è un elogio alla disobbedienza civile, alla monelleria (viene citato pure Pinocchio) alla communitas che si oppone al potere costituito; un cinema queer lo definirebbe Luca Gudagnino, obliquo, dispettoso, indisciplinato, non allineato. Un cinema che, come direbbe Goffredo Fofi, ha il dovere di “rompere i coglioni”.

“La bambina segreta” e lo spazio minato del mondo

È il regista-demiurgo a mettere in moto il meccanismo di inezie, a minare il set in cui si muovono gli attori, a disegnare l’apice della parabola drammaturgica nel confronto con il volto logoro del potere. A differenza però del successivo film del regista, Kafka a Teheran, il confronto si presenta non come un momento di liberazione, ma piuttosto come momento preparatorio. Se liberazione deve esserci, essa deve passare attraverso una presa di responsabilità personale.

“Kafka a Teheran” per dibattere l’autorità

Kafka a Teheran è unfilm a episodi in undici quadretti, nove dei quali raffiguranti situazioni quotidiane di Teheran e caratterizzati dalla stessa impostazione: macchina da presa fissa, un campo in cui un soggetto democratico chiede un certo tipo di riconoscimento o di diritto, un fuori campo autoritario la cui funzione è di negarglielo in nome di una legge superiore. A differire solo prologo ed epilogo: il primo una sinfonia urbana, sempre a macchina fissa; il secondo, finalmente, un contro campo sul volto scoperto di un potere agonizzante con la macchina da presa che si libera.