“La mia ansia funziona come l’aerobica. Faccio ginnastica così”, diceva Woody Allen a Scarlett Johansson in Scoop (2006). Non è tanto diverso per Bahram (Bahram Ark), regista indipendente iraniano (alter ego di Ali Asgari) alle prese con la censura, che per l’ansia pesa cinquanta chili e perde i capelli. Non si può dire lo stesso per il fratello gemello – regista di film spazzatura (ma Godard giganteggia nel suo salotto) che adora le “trame” – con i suoi sessanta chili, un trapianto di capelli e fidanzate intercambiabili.
A scontrarsi sono le due facce speculari dell’industria del cinema accomunate, non a caso, da uno dei blockbuster d’autore più importanti della storia: Matrix (1999) delle sorelle Wachowski. Una gioventù vissuta all’insegna dell’amore per la settima arte, da uno religiosamente perseguita, dall’altro abbandonata in favore di un agiato conformismo.
Bahram è uno dei dieci registi più grandi al mondo, ma il governo non vuole che il suo film venga proiettato e manda le sue “scimmie volanti” a perseguitarlo per assicurarsi che non violi la legge. Rappresentare un cane in casa è disdicevole, la lingua turca non è appropriata e ora tutti chiedono di parlarla nei film. Come ci insegna Fellini con l’erotismo tutto italiano in La dolce vita (1960), basta concedere a uno di trasgredire che poi vogliono farlo tutti.
Cercare di convincerlo a fare un film comico, fantastico, rassicurante, ambientato in un altro mondo, magari con l’utilizzo dell’AI, sembra essere del tutto inutile. Bahram “morettianamente” in sella ad una vespa rosa, in compagnia del suo Virgilio – la sua produttrice e compagna Sadaf (Sadaf Asgari) dai capelli colorati come Léa Seydoux in Blue is the Warmest Colour (2013) – inizia un viaggio dantesco tra le strade e le sale cinematografiche di Teheran per trovare qualcuno che sia disposto a proiettare il suo film, di cui non vuole tagliare nemmeno un fotogramma.
Asgari mette in scena sé stesso e le peripezie affrontate per il film precedente Kafka a Teheran (2023), in cui raccontava, con nove episodi di vita quotidiana, la repressione e il controllo del regime. In un momento storico drammatico per il popolo iraniano, che si batte per la propria libertà contro un regime coercitivo e violento che non esita ad aprire il fuoco sulla sua stessa popolazione, isolata dalla rete e quindi dal resto del mondo, Ali Asgari ci ricorda il potere sovversivo del cinema e la responsabilità degli artisti.
C’è chi mette a disposizione la propria casa, chi procura il proiettore e chi porta addirittura le sedie. Un cinema militante, clandestino, itinerante (come ai suoi albori), comunitario, fatto di incontri e di persone, che uniscono le forze per vivere quel rito collettivo che oggi sembra più in crisi che mai. Un cinema in cui il regista e il produttore non si fanno la guerra, ma sono alleati, complici, amanti, innamorati, animati da uno scopo comune.
Divine Comedy è un elogio alla disobbedienza civile, alla monelleria (viene citato pure Pinocchio) alla communitas che si oppone al potere costituito; un cinema queer lo definirebbe Luca Gudagnino, obliquo, dispettoso, indisciplinato, non allineato. Un cinema che, come direbbe Goffredo Fofi, ha il dovere di “rompere i coglioni”.