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La parabola esistenziale di “Osho”

Osho, il più celebre film di Daisuke Ito del secondo dopoguerra, prende la vita del giocatore di shogi (gli scacchi giapponesi) Sakata Sankichi (Tsumasaburo Bando) e ne fa una parabola esistenziale. Partendo dall’omonima pièce di Hideji Hojo (1947), Ito costruisce una narrazione per immagini del viaggio di una vita, con i suoi alti e bassi, i suoi intoppi e i suoi rettilinei, mantenendo fede al proprio stile in movimento con sequenze visivamente interessantissime.

“Gero no kubi”, tempo passato ancora presente

Già all’epoca del muto, Daisuke Ito era stato sottoposto a controlli di censura che ne limitavano la libertà artistica, a causa delle spinte socialiste che si intravedevano nella denuncia dello sfruttamento delle classi popolari evidente nelle sue pellicole. Forse è anche per questo che egli ha scelto di dedicare gran parte della sua filmografia al jidai-geki (dramma storico), genere di eccellenza del cinema giapponese: ambientando le vicende nel periodo Tokugawa si può criticare il presente senza essere troppo esposti a un severo controllo limitante da parte delle autorità.