È la voce di un narratore a introdurci nella vicenda di Gero no kubi (La testa del servo): una storia di onore e vendette consumatasi negli ultimi anni dell’epoca Edo/Tokugawa (1603-1868), quando un servitore uccide accidentalmente l’assassino del padre del suo signore impedendo così a quest’ultimo di poter godere del diritto alla (per lui) legittima vendetta.

Nel realizzare il remake sonoro del suo perduto Gero (1927), Daisuke Ito intendeva avviare il progetto di una trilogia che purtroppo non si concretizzerà mai. Peccato, perché la carica eversiva di questo film – in linea con le sue opere del muto – è notevole: seppur apparentemente mitigata da un afflato comico che investe talvolta il protagonista Nohei a causa della sua goffaggine, la critica al sistema di valori proprio del mondo culturale della tradizione feudale è decisamente forte. Il dramma di Nohei (Jun Tazaki) è quello di un’intera società, intrappolata in un codice di comportamento che Ito mette alla berlina mostrandone le strutturali incongruenze e le insite ingiustizie.

Il protagonista, impegnato a cercare un assassino, diviene involontariamente anch’egli un omicida proprio nel momento in cui avrebbe dovuto consegnare il colpevole al suo signore, il samurai Shintaro. Nonostante appartenga di fatto all’ultimo gradino di una complessa scala sociale e di potere, nel profondo Nohei si sente un samurai, come confessa alla donna che scoprirà essere la concubina dell’autore del delitto.

Le ferree regole di comportamento che governano le relazioni tra samurai e daimyo lo imprigionano così in una gabbia etica dalla quale solo il suo padrone lo potrebbe liberare, se anch’egli fosse altrettanto fedele a quel sistema valoriale a cui Nohei ha dedicato la vita. Ma proprio la codardia e la pochezza morale di Shintaro (che tardivamente si ravvede negli ultimi istanti del film) lo condannano a un’impari lotta contro un clan assetato di vendetta.

Gero no kubi è un’opera complessa, tanto dal punto di vista cinematografico quanto da quello concettuale: dal lato tecnico Ito offre una grande varietà di immagini, alternando molteplici angolature di ripresa e sviluppando l’azione drammatica attraverso numerosi movimenti di camera (era infatti soprannominato – con un gioco di parole basato sul suo nome – “Ido daisuki", ovvero “amante del movimento”); sotto l’aspetto contenutistico, la sua feroce accusa del sistema feudale del periodo Edo si sviluppa gradualmente, accompagnandosi allo smascheramento delle ipocrisie di un gioco di poteri destinato a crollare, nel quale tuttavia si legge in controluce una potente critica del presente.

Non è un caso che la ricerca del colpevole debba passare da un doppio svelamento facciale, necessario al riconoscimento dell’assassino tramite i nei che questi ha sul volto. Il sollevamento del copricapo che nasconde il viso (o comunque la rivelazione dell’identità di un personaggio tramite la piena visibilità del volto) si riscontra anche in altri film di Ito (Oborokago, 1951) e rappresenta una metafora dell’intenzione autoriale del regista, che affida al cinema il potere di aprire gli occhi degli spettatori sulla realtà (marcia) delle cose.

Del resto, già all’epoca del muto, Daisuke Ito era stato sottoposto a controlli di censura che ne limitavano la libertà artistica, a causa delle spinte socialiste che si intravedevano nella denuncia dello sfruttamento delle classi popolari evidente nelle sue pellicole. Forse è anche per questo che egli ha scelto di dedicare gran parte della sua filmografia al jidai-geki (dramma storico), genere di eccellenza del cinema giapponese: ambientando le vicende nel periodo Tokugawa si può criticare il presente senza essere troppo esposti a un severo controllo limitante da parte delle autorità.

Ecco allora affilarsi il coltello contro il militarismo, l’oppressione dei più deboli, l’inconsistenza del potere, il tradimento dell’onore, la vanità del sacrificio, la non reciprocità del rispetto tra le classi sociali. Temi che si ritrovano nitidamente anche in Gero no kubi, a cui Ito aggiunge una dose di ironia e umorismo che, proprio perché inserita in un contesto altamente drammatico, non smorza l’intensità di questa critica sociale ma la amplifica.

Sarà la buffa “lancia” che Nohei porta (ricordiamo che nel periodo Edo essere addestrati all'uso della lancia era una prerogativa esclusiva dei samurai) e che finisce per bucare la parete della casa della donna, saranno le ripetute cadute a cui lo sottopone il dolore al piede, sarà la sua costituzione fisica massiccia o ancora il risibile nascondiglio in cui si infila per non farsi trovare nella camera della donna: a chi scrive, Nohei ha ricordato molto lo spirito di Don Chisciotte (e Sancho Panza, insieme).

E non c’è bisogno di ribadire con quanta poesia Cervantes abbia messo in luce le mostruosità della società umana. Come la voce di Cervantes, così quella di Ito racconta un tempo passato ma ancora presente, e ne affidando la memoria alla voce di un particolare narratore che, stagliandosi sullo sfondo della modernità che avanza, resta l’unico testimone silenzioso di un’ingiustizia destinata forse a perdersi nel tempo.