James Cameron vuole salvare il cinema. In un presente che verte alla ri-mediazione dell’esperienza cinematografica, alla dispersione della visione attraverso apparecchi satellite con evidenti conseguenze sintattiche sui prodotti audiovisivi, Cameron si batte per una specifica idea di Settima Arte. Purista, nostalgico, apocalittico, chiamatelo come volete, ma ciò che conta è che il rifiuto da parte di questo titanico cineasta verso le forme di fruizione prêt-à-porter non si esaurisce in un puerile attacco alla novità tecnologica, ma divampa in una caparbia e incontenibile idea di magnificenza che può collocarsi solamente nel luogo natio del rito cinematografico.
Già, perché il sentimento che Cameron nutre nei confronti della sala è una fede religiosa di cui lui si fa pontefice attraverso il linguaggio delle sue opere, al fine di convertire miscredenti e disertori, riunendoli nel sublime atto della visione collettiva. E non è forse un caso che in Avatar- Fuoco e cenere la fede ricopra un ruolo tematico di rilievo, ma andiamo con ordine. Si è ampiamente discusso di come Avatar, il progetto a cui Cameron si sta dedicando da quasi tre decenni, possa essere interpretato come una metafora dell’esperienza cinematografica.
Nel film originale, datato 2009, si raccontava di un essere umano che, attraverso un legame virtuale con un corpo sintetico, aveva la possibilità di inoltrarsi in un mondo che per lui sarebbe stato altrimenti inaccessibile, instaurando con questa realtà mediata un legame talmente forte da scegliere di rinunciare alla sua vita reale per abbandonarsi completamente al “sogno”; è solo una delle letture possibili, e certamente non quella più immediata, ma di particolare interesse ora che, trasformato in una saga giunta al terzo capitolo, Avatar sembra sempre più definirsi, al di là dei valori veicolati dagli elementi semantici, come il definitivo manifesto del cinema secondo James Cameron. La sintesi delle sue opere precedenti, con rinnovate e plateali autocitazioni, e Pandora la frontiera designata per lo scontro finale tra il cinema e i suoi oppositori.
Così come il popolo dei Na’vi lotta per la propria sopravvivenza contro i coloni umani - e la loro tecnologia utilitaristica che riproduce le meraviglie naturali del pianeta attraverso asettici ologrammi e piccoli monitor che ne annullano la bellezza - Cameron combatte l’idea di una consumo domestico, effimero e disattento, attraverso la realizzazione di una cosmogonia che per compiersi presuppone l’incontro tra opera e spettatore in un luogo specifico. Non è solo tecnica, non è semplice virtuosismo, è una precisa scelta poetica che porta con sé una visione dell’arte stessa.
Fuoco e cenere è la naturale e sublime prosecuzione di quell’atto, al contempo estatico e politico, inaugurato ormai sedici anni fa (ma potremmo dire sin dai tempi di Terminator) e proseguito fino al maestoso taglio contemplativo de La via dell’acqua. E’ un nuovo invito a prendere parte alla solenne cerimonia, rigorosamente in una sala cinematografica e in formato tridimensionale su uno schermo che sa il più grande possibile, attraverso cui riscoprire lo stupore primordiale dell'immagine in movimento. Come Jake Sully in quell’epocale prima corsa nel suo corpo da avatar, si è chiamati a vedere un mondo che si costruisce non davanti, ma intorno allo sguardo. Un mondo che è un’ipotesi di redenzione, la visione/riflesso proposta da Cameron di una Terra ancora non irrimediabilmente compromessa dall’attività umana.
Pur mantenendo un arco evolutivo analogo ai precedenti, Fuoco e cenere alimenta la sua costruzione mitopoietica approfondendo le radici mistiche e culturali dei Na’vi, introducendo una nuova tribù di nativi: avversi al culto di Eywa, violenti e attratti invece dal potere distruttivo della macchina militare degli uomini. Perché se gli elementi ecosistemici centrali nei due film precedenti erano parte di una natura che anti-herzoghiana - feroce sì, ma equilibrata e benevola verso i suoi cultori - ora a imperversare sono le fiamme dell’industria, il fuoco artificiale delle armi.
Ed è il film più esplicitamente votato alla definizione della guerra come principale connotato della voracità umana (qui ancora inquadrata nell’ideologia neoimperialista made in USA), unica forma di comunicazione della nostra specie con culture e ambienti estranei. E’ attraverso una funzione bellica che i personaggi acquistano il loro spessore - qui è doverosa una menzione alla nuova antagonista Varang e alla clamorosa interpretazione di Oona Chaplin -, nonché unico canale di contatto tra indigeni e conquistatori.
Cameron mostra la guerra come una componente inscindibile della natura umana, una piaga in grado di attecchire e propagarsi, come mostra non solo l’alleanza con la tribù della cenere, scaturita da una perversa attrazione per le armi da fuoco, ma anche la decisione del popolo Tulkun, i titanici cetacei pacifisti, indotti a rinunciare al loro voto ancestrale di non belligeranza pur di porre fine allo sterminio perpetrato dai “demoni” provenienti da un altro mondo. Solo la fede (eccola) verso una natura superiore e armoniosa può essere la via (e, non nascondiamolo, anche un mezzo narrativo non particolarmente elegante, ma poco male) per contrastare la malvagità dilagante.
Una fede inattaccabile quanto quella che Cameron nutre nei confronti del cinema e per esteso verso Pandora, terra di sogno e rinascita da abitare e preservare.