Nella prima edizione di Se non ora, quando?, Primo Levi racconta la presenza di disertori tedeschi, in mezzo a “facce di russi, ucraini, mongoli, venuti chissà di dove”. La cinematografia europea, se da una parte ha illuminato le imprese di irriducibili soldati tedeschi che hanno opposto resistenza al nazismo, dall’altra non ha fatto altrettanto per non dimenticare la militanza civile e la resistenza interna al regime; possiamo ricordare La Rosa bianca (2005), cronaca degli ultimi giorni di vita di Sophie Scholl, importante membro dell’omonimo movimento antinazista, o Lettere da Berlino (2016), di Vincent Pérez, storia dei coniugi Otto e Anna Hampel che intrapresero una lotta di contropropaganda al totalitarismo tedesco.

Il film di Andreas Dresen, Berlino, Estate ’42, sceneggiato da Laila Steiner, procede attraverso ellissi e salti temporali che diventano metafora della disgregazione esistenziale vissuta dai protagonisti, eroi del quotidiano in mezzo alla barbarie hitleriana. Hilde conosce Hans e diventa complice dell’intero gruppo di eversori comunisti che decidono di sabotare il feroce sistema con operazioni di volantinaggio e propaganda, non disdegnando nemmeno la copertura di un soldato spia russo. Il 12 settembre 1942 Hilde viene arrestata, è incinta, trascorre alcuni mesi in prigione prima di essere mandata a morte.

La figura della “pasionaria” risalta su una scena che si muove tra due ambienti e due contesti sociali differenti che stridono tra loro e hanno il potere di creare un profondissimo straniamento: le prigioni asettiche della Gestapo, nelle quali sprofonda Hilde Coppi, e i soleggiati spazi verdi che il regista inquadra con campi lunghi di toccante lirismo. Tra l’asettica catena di montaggio scandita dalle feroci esecuzioni capitali e l’anarchico spazio del rito collettivo in cui i militanti fanno l’amore e organizzano le loro azioni clandestine, si consuma un tempo della storia che va avanti e poi torna indietro, organizzato in piani sequenza intimisti che rendono mobili gioie e dolori e abbandonano il rifugio sicuro dell’agiografia resistenziale.

Plasmata sulle tante “figure del dolore” che hanno spesso rischiarato gli spaccati di realismo sociale di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, la donna, prima che madre, incarna il valore supremo dell’eroismo propugnato dalla working class e diviene elemento essenziale del gruppo sovversivo chiamato dalla Gestapo “Orchestra rossa”, che nella Germania dell’Est diverrà l’emblema della lotta operaia contro le geometrie dell’orrore nazista.

Nei panni di Hilde, Liv Lisa Fries mostra una sublime dignità e una composta fermezza, genera nello spettatore un’empatia che deriva dalla scelta registica di stringere sui personaggi e sulle loro gesta quotidiane, lasciando fuori campo ogni devastazione bellica. Se lo “spazio della guerra” è poco presente, l’attività del gruppo Schulze-Boysen-Harnack è centrale e si manifesta nell’equilibrio instabile tra l’ebbrezza della protesta e la privazione della prigionia, tra l’esaltazione per il perseguimento di un ideale e lo stoico movimento in levare di fronte alla tirannide della Storia.

Dresen usa il cinema in funzione conoscitiva e di realistico monitoraggio dei fatti, svuotando l’immagine della densa crosta stereotipata che ha avvolto molte produzioni di questo genere, come il già citato Lettere da Berlino. Lo sguardo che racconta la prossimità del dolore e la profondità del radicalismo ideologico racchiude il senso del grande schermo che era già stato introiettato da Carlo Lizzani, il quale ha raccontato in un’intervista di essersi servito della settima arte per conoscere se stesso, il suo paese, il mondo intero.